Il Ministro anticipa l’idea di “costruire” per le Forze dell’ordine una norma che consenta alla persona interessata di partecipare alle indagini senza, per ciò stesso, essere iscritta nel registro degli indagati, rispondendo all’interrogazione sulle “Iniziative di competenza volte all’introduzione di ulteriori tutele procedimentali per gli appartenenti alle Forze dell’ordine coinvolti in procedimenti per fatti commessi nell’esercizio delle proprie funzioni”.
Riportiamo il resoconto stenografico pubblicato dal sito della Camera dei deputati:
PRESIDENTE. L’onorevole La Salandra ha facoltà di illustrare l’interrogazione Bignami ed altri n. 3-02033 (Vedi l’allegato A), di cui è cofirmatario.
GIANDONATO LA SALANDRA (FDI). Grazie, Presidente. Signor Ministro, i recenti fatti di cronaca con l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio colposo a seguito di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi di due agenti che hanno risposto al fuoco durante l’inseguimento di due rapinatori impongono necessariamente una riflessione su quelle che sono le garanzie giuridiche a tutela del personale delle Forze dell’ordine. È cognizione comune che l’articolo 335 del codice di procedura penale, anche come riformato dalla Cartabia, imponga al pubblico ministero l’iscrizione immediata nel registro degli indagati per tutti quei fatti che risultino ascrivibili ad una specifica fattispecie di reato.
Tutto questo, però, deve essere necessariamente concordato anche con la circostanza che molte volte questo strumento, essenzialmente posto a garanzia dell’indagato, in determinati casi crea una situazione paradossale soprattutto nel momento in cui si parla di Forze dell’ordine, quindi con un coinvolgimento di questi in una gogna mediatica. Già siamo intervenuti con il decreto Sicurezza per una maggior tutela delle Forze dell’ordine, chiediamo quali siano le iniziative di competenza del Ministro rispetto ad un nuovo quadro giuridico che introduca, accanto alle previste tutele legali, una tutela procedimentale per gli agenti delle Forze dell’ordine che agiscono nell’esercizio delle proprie funzioni.
PRESIDENTE. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha facoltà di rispondere.
CARLO NORDIO, Ministro della Giustizia. Grazie, Presidente, e grazie al collega. Si tratta di un problema anche più complesso di quello per come viene rappresentato.
Approfitterò del fatto che, sapendo che anche il secondo question time riguarda più o meno lo stesso argomento, magari quello che non riuscirò a dire in questi tre minuti lo integrerò dopo.
L’informazione di garanzia è un istituto che risale a cinquant’anni fa. È stato modificato varie volte nel nome ed è sempre stato un fallimento.
È nato come avviso di garanzia, poi è diventato avviso di reità, poi informazione di reità, poi informazione di garanzia e, come ha detto un mio illustre predecessore, il professor Flick, da informazione di garanzia si è trasformato in garanzia di informazione nel senso che chi è raggiunto da questa famigerata cartolina verde sa benissimo che il giorno dopo finirà sui giornali.
Quindi l’effetto paradossale, che non è soltanto limitato alle Forze dell’ordine, ma a tutti i cittadini, è il seguente: un istituto che è nato per garantire chi ne viene informato, nel senso che sai che devi o puoi apprestare le tue difese perché sei sotto indagine, si è trasformato in una condanna anticipata che addirittura, nell’ambito politico, ha portato – come penso tutti voi sappiate – a qualche dimissione e a qualche estromissione dalle candidature, con un effetto perverso.
Rispondo allora alla parte finale della domanda, salvo poi integrare.
Nei confronti delle Forze dell’ordine il problema, ovviamente, è aggravato proprio perché si tratta di persone che fanno un uso legittimo delle armi (la cosiddetta scriminante) e che però subiscono questo calvario. Ma le Forze dell’ordine non sono le uniche a subire questa conseguenza negativa. Lo sono anche i medici, per esempio, che nell’esercizio del loro dovere vengono – se accade qualcosa di anomalo – sottoposti a questo calvario con l’iscrizione nel registro degli indagati affinché possano predisporre le proprie difese: per esempio, nel caso degli appartenenti alle Forze dell’ordine partecipare alle indagini balistiche attraverso una consulenza, per esempio per un medico partecipare alle indagini autoptiche attraverso un altro consulente.
Questo però presuppone, postula l’iscrizione nel registro degli indagati con la conseguente emissione dell’informazione di garanzia.
Come si può intervenire?
Come abbiamo intenzione di intervenire.
Noi pensiamo che quando si è in presenza di una causa di giustificazione, cioè di una cosiddetta scriminante – che sia l’esercizio di un diritto, l’adempimento di un dovere, lo stato di necessità, l’uso legittimo delle armi e, ovviamente, la legittima difesa – si possa costruire una norma che consenta alla persona interessata di partecipare a questo tipo di indagine senza, per ciò stesso, essere iscritta nel registro degli indagati, quindi garantendo la difesa che oggi è garantita ma senza dare questo marchio di infamia che, come ho detto prima, comporta una serie di conseguenze negative (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia).
PRESIDENTE. L’onorevole Maiorano, cofirmatario dell’interrogazione, ha facoltà di replicare.
GIOVANNI MAIORANO (FDI). Grazie, Presidente. Ministro Nordio, grazie per la sua risposta, che ci soddisfa, ma soprattutto grazie per il suo impegno, la sua determinazione e la sua passione. Finalmente grazie al Governo Meloni alle nostre Forze dell’ordine comincia ad arrivare qualche segnale concreto della vicinanza di questo Governo.
Non ripeterò certo quanto è stato inserito nell’ultimo decreto Sicurezza, per quanto nel loro interesse, però l’ennesimo episodio che è accaduto ai colleghi di Grottaglie ci impone una riflessione seria e che ci porta a una considerazione semplice.
Semplicemente riteniamo che chi fa uso legittimo della forza, chi è costretto ad usare l’arma di servizio per difendere la propria vita ma anche quella degli altri, non può essere portato automaticamente a processo, non può essere dato in pasto alla gogna mediatica e, soprattutto, non deve essere abbandonato a sé stesso.
Urge una nuova normativa, una norma che tuteli sul nascere le nostre Forze dell’ordine quando agiscono legittimamente nell’adempimento del proprio dovere. Non parliamo di immunità o impunità per chi non onori la divisa che indossa, anzi, ma chi mette a repentaglio la propria vita per adempiere al proprio dovere deve essere difeso e tutelato a sua volta. Semplicemente deve essere messo nelle condizioni di fare il proprio dovere con serenità, consapevole che se fa il proprio dovere rispettando la legge non subirà lunghi e costosi processi.
Il famigerato atto dovuto crea non poco disagio nei colleghi, e mi perdoni se creo confusione quando, parlando delle nostre Forze dell’ordine, li definisco colleghi perché per me lo sono, io sono uno di loro.
La paura, però, di andare sotto processo per ottemperare al proprio dovere crea tanto disagio, crea imbarazzo, e lo vediamo nei tanti video che circolano in rete, sui social.
Da giorni mi pongo anche una domanda: possibile che Carlo Legrottaglie, il carabiniere ucciso pochi giorni fa, durante l’inseguimento sia sceso dalla macchina pensando al rischio dell’atto dovuto? Non con la paura di affrontare due delinquenti, ma con la paura di affrontare un processo lungo. E se questa paura gli avesse fatto perdere, magari, quell’attimo che gli avrebbe potuto salvare la vita?
