Quei baci, al 41 bis…(Maria Brucale)

Il pensiero dietro la segnalazione al consiglio di disciplina dei colleghi che difendono Cospito e di altri difensori di ristretti in 41 bis che hanno reputato normale offrire ai loro assistiti il conforto di un saluto caldo con due baci sulle guance e una stretta di mano è chiaro ed è quello di sempre. 

Quello che esprimono frasi come “buttare la chiave”, “marcire in galera”, “certezza della pena” (concetto, volutamente o no, frainteso e banalizzato) fino all'”intima gioia” nel negare il respiro; quello che non sa pensare a un carcere connesso al precetto costituzionale di una pena umana e dignitosa tesa alla riabilitazione che muove dal dato di comune esperienza della fallibilità di ogni uomo, della natura di ognuno incline all’errore e al suo superamento; quello che vuole una punizione fine a sé stessa che non recupera ma sopprime, che non restituisce ma seppellisce.

Se un avvocato va in carcere e quando incontra il proprio assistito non sente di avere davanti un uomo, con i suoi errori anche gravissimi, atroci a volte, con le sue fragilità, con le sue cadute, ma anche con il suo diritto di ricostruirsi, di riabilitarsi, di tornare in società a vivere una vita nuova, oltre la colpa, oltre la pena, oltre il reato, ha travisato il senso del suo mandato, del suo giuramento. 

Un bacio, una carezza, un abbraccio, una mano sulla spalla, una calorosa stretta di mano al proprio assistito nella condizione di dolore che è, comunque, il carcere sono espressione irrinunciabile di umanità, di empatia, di compassione, ma anche di intima e convinta comprensione di un ruolo, il nostro, che è calato nella Costituzione e nei suoi valori fondamentali, che vede, oltre la pena, la vita, non la morte, mai la morte.