Sono tante le novità e le perle che si trovano nel lavoro di Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi sull’ingiusta detenzione in Italia.
Gli autori, per la prima volta, hanno esaminato circa 600 ordinanze di riparazione di ingiusta detenzione emessi nell’anno 2018 e analizzato chi sono i malcapitati innocenti.
Da dove vengono, per quali reati sono stati arrestati e quanto tempo ci restano prima di vedere riconosciuta la loro estraneità alle accuse.
Non solo, Benedetto e Valentino hanno messo a confronto l’Italia con gli altri paesi europei per scoprire che in Danimarca, ad esempio, è riconosciuto l’indennizzo “anche se si è stati fermati solo per 10 minuti”.
Avete capito?
Diciamo che non è la stessa impostazione che troviamo in Italia dove nei tribunali vige l’adagio: “È stata tua la colpa, allora adesso che vuoi?” cantava Edoardo Bennato e lo stesso motivo si sente come una nenia infinita nelle aule del Palazzaccio.
Sei stato arrestato e condotto in carcere? Qualcosa hai fatto!
Proprio su questa paranoia ci siamo soffermati con Maimone e Lattanzi e abbiamo raccontato le tante storie paradossali che arrivano in cassazione, dove spesso si applica, anche l’invenzione giurisprudenziale della colpa lieve, come parametro aggiuntivo per negare o minimizzare l’indennizzo dovuto a chi ha patito un’ingiusta detenzione o un errore giudiziario.
Parto dall’inizio che per me è la legge. Solo per me e pochi altri sfortunati, sia chiaro.
L’art. 314 c.p.p. che si occupa di ingiusta detenzione e l’art. 643 c.p.p. che si occupa di errori giudiziari attribuiscono a chi ne è stato vittima il diritto ad una riparazione pecuniaria, in entrambi i casi fatta eccezione per coloro che abbiano causato o concorso a causare con dolo o colpa grave l’ingiusta detenzione o l’errore giudiziario.
Sul dolo, inteso come coscienza e volontà di causare il fatto presupposto, non è il caso di perdere tempo: non c’è quasi nessuno che crei deliberatamente le condizioni per finire in galera o beccarsi una condanna senza meritarsela.
Tutto si gioca invece sulla colpa che il legislatore prende in considerazione solo se grave.
Ricorre questo requisito – dice la giurisprudenza anche a Sezioni unite – quando vi è stata una macroscopica negligenza, imprudenza, trascuratezza, inosservanza di leggi, regolamenti o norme disciplinari, che realizza una situazione tale da costituire una non voluta, ma prevedibile, ragione di intervento dell’autorità giudiziaria che si sostanzi nell’adozione di un provvedimento restrittivo della libertà personale o nella mancata revoca di uno già emesso.
Fin qui – come dice, arrivando al terzo piano, quello caduto dal trentesimo – tutto bene.
Neanche tanto per la verità: basti pensare che c’è voluta una legge per costringere i giudici a riconoscere che l’esercizio della facoltà di non rispondere di cui si è avvalso l’accusato non può essere considerato un comportamento doloso o gravemente colposo, per il semplice fatto che si introduce una contraddizione di sistema se da un lato si consente di conservare il silenzio e poi la si fa pagare a chi in silenzio è stato.
Ma anche a sorvolare su questa tipologia di giurisprudenza creativa di cui sento di poter fare a meno, mi pare gravemente ossessiva l’invenzione della colpa lieve come fattore di esclusione della riparazione.
Si legge in molte decisioni di legittimità che “solo il dolo o la colpa grave dell’istante costituiscono cause ostative al sorgere del diritto all’indennizzo, ma ciò non toglie che il giudice possa valutare, ai fini della riduzione della sua entità, eventuali condotte dello stesso che abbiano comunque concorso a determinare lo stato di detenzione e che siano caratterizzate da colpa lieve”.
Una creazione giurisprudenziale: niente di più, niente di meno.
Mi riporta alla mente un altro caso di ribellione dei giudici alla legge. Sentite questa: Cass. Sez. 3, 27 febbraio 2015, n. 32702 teorizzò che “nonostante i limiti e le preclusioni previste dall’art. 275, comma 2 bis, secondo paragrafo, la misura della custodia cautelare in carcere può essere applicata quando il giudice ritenga possibile una condanna a pena uguale o inferiore a tre anni di reclusione e contestualmente reputi inutile, sul piano cautelare, ogni altra misura meno afflittiva (tanto varrebbe, allora, non applicare affatto alcuna misura cautelare)”.
Capito? C’è un limite e noi lo ignoriamo, questo hanno detto i giudici di legittimità. Perché? Perché possono.
La Cassazione si è per la verità compiaciuta di chiarire che “è onere del giudice della riparazione chiarire le ragioni per cui, in assenza di una colpa ostativa nei termini sopra indicati, la condotta tenuta dall’interessato, interna od esterna al procedimento, possa incidere sulla quantificazione dell’indennizzo, pur non avendo contribuito all’emissione o al mantenimento della misura cautelare.
Deve, cioè, essere argomentata la rilevanza della condotta tenuta dall’indagato, precisando perché essa configuri un’ipotesi di violazione delle regole di prudenza e diligenza tale da incidere, in qualche modo, sull’esito dell’indagine o sul più rapido chiarimento dei fatti, ancorché non possa riconoscersi, come nell’ipotesi della colpa grave, che l’avere tenuto quella condotta abbia indotto o concorso ad indurre in errore l’autorità giudiziaria. Solo, infatti, quando almeno una minima influenza della condotta sul procedimento cautelare sia riscontrabile, è possibile fare riferimento alla sussistenza di un comportamento colposo, altrimenti da escludersi”.
Volete sapere quali sarebbero queste cinquanta sfumature di colpa secondo la cattedra nomofilattica?
Sì, non sto scherzando, i giudici della cassazione la chiamano così, cattedra, e ovviamente si sentono maestri.
Eccole qui le sfumature: frequentazioni poco raccomandabili, memoria non elefantiaca, precedenti penali, passate carcerazioni, comportamenti amorali, errori procedurali dell’avvocato, esercizio di un diritto, scarsa collaborazione, personalità negativa.
In parole povere, vaffa e insulti se: frequenti sfigati (i poco raccomandabili), a pranzo non ricordi cosa hai mangiato a colazione (memoria debole), sei già stato pizzicato dalla giustizia (una volta colpevole, sempre colpevole), hai guardato un film porno (comportamento amorale), ti piace farti gli affari tuoi e non ti piace che gli altri se li facciano insieme a te (scarsa collaborazione), ti sei scelto un avvocato che fa l’amministratore di condomini (errori procedurali del difensore), sei rimasto zitto (questo l’ho già spiegato), quand’eri adolescente ti sei mbriacato di vodka e hai fatto pipì in una pubblica piazza (personalità negativa o scadente che dir si voglia).
Quindi avete capito tutto.
Leggete “Innocenti il libro bianco dell’ingiusta detenzione in Italia”, editore Giappichelli, non fosse altro perché gli autori hanno avuto la compiacenza di citare una decina di volte il sottoscritto.
E’ questo mi sembra, da solo, un buon motivo per comprare il libro.
