Indagini e processi penali sono diventati una risorsa primaria per il circuito mass-mediatico perennemente alla ricerca di storie in grado di stuzzicare la curiosità del pubblico.
In realtà, è più corretto parlare di una relazione bilaterale tra mass-media e popolo: gli artefici dell’informazione intercettano i sentimenti popolari e tarano su di essi i contenuti proposti all’audience ma così facendo rilanciano, enfatizzano e progressivamente modificano gli input ricevuti, trasformandoli in qualcosa di nuovo.
Solo che qualcosa sta andando a male: l’informazione cede il passo al gossip, lo stile asciutto e neutrale dei cronisti è progressivamente sostituito dalla narrazione personalizzata, i fatti separati dalle opinioni sono una reliquia del passato perché adesso le opinioni sono presentate come fatti.
Piacerebbe poter dire che si tratta di una degenerazione transitoria ma non è così: il voyeurismo giudiziario ha una storia lunga quanto quello dell’uomo.
Cediamo adesso la parola ad alcuni opinionisti di vaglia che, in tempi diversi ma con toni omogenei, hanno osservato il fenomeno e lo hanno descritto lucidamente.
«L’uomo, quando è sospettato di un delitto, è dato ad bestias, come si diceva una volta dei condannati offerti in pasto alle fiere […] L’articolo della Costituzione, che si illude di garantire l’incolumità dell’imputato, è praticamente inconciliabile con quell’altro, che sancisce la libertà di stampa. Appena sorto il sospetto, l’imputato, la sua famiglia, la sua casa, il suo lavoro sono inquisiti, perquisiti, denudati alla presenza di tutto il mondo» (Francesco Carnelutti, “Le miserie del processo penale”, ERI, Roma, 1957, p. 46).
«Il populismo penale esercita una costante azione di delegittimazione sociale delle istituzioni in materia di giustizia, indebolendo di fatto ciò che definiamo lo stato di diritto. Tutto ciò è favorito dalla complicità di molte redazioni che per non perdere il consenso dei lettori/spettatori lo cavalcano senza alcune remora deontologica. Al rispetto dei fatti giuridici (ebbene sì, esistono anche i fatti giuridici) si è ormai sostituito uno stile giornalistico basato sul kitsch-emozionale, dove prioritario è l’effetto di senso sentimentale sul lettore/spettatore. Un effetto di senso che lusinga il destinatario secondo un accorta retorica, i cui stilemi sono l’indignazione costante, il compiacimento dell’impotenza politica, la sfiducia per le istituzioni e il risentimento permanente per una dimensione privilegiata e ingiusta che lo esclude. E il fatto di cronaca resta solo un pretesto per ribadire tutto questo periodicamente, quasi fosse un rituale» (Stefano Anastasia, Manuel Anselmi, Daniela Falcinelli, Populismo penale. Una prospettiva italiana, CEDAM, 2015).
«Il clamore mediatico che accompagna l’inizio delle indagini, modifica profondamente, rispetto al passato, le modalità di partecipazione della collettività alla vicenda processuale del singolo. In questa fase procedimentale, infatti, le notizie veicolate dai media sono esclusivamente quelle ritraibili dalle indagini dell’accusa e, inoltre, sono solo quelle che i media stessi ritengono rilevanti per la pubblicazione, criterio, questo, che non solo può non coincidere, come sovente non coincide, con ciò che è rilevante per l’indagine, ma, che, inoltre, pubblicizza solo parzialmente le acquisizioni degli investigatori, fornendo necessariamente una conoscenza incompleta. degli elementi, per cui la restante parte è colmata con ipotesi, presunzioni, immaginazione, di ognuno dei fruitori delle notizie. Deve aggiungersi che l’indagato, non avendo accesso a tutte le carte dell’accusa sino alla conclusione dell’indagine, in questo momento non può che misurare le proprie eventuali difese mediatiche su quelle stesse parziali informazioni che sono state scelte e pubblicate, senza possibilità di riscontro e di controllo alcuno. Insomma, si realizza una indagine virtuale e putativa diversa per quanti sono coloro che se ne informano sui media. Anzi, in tal modo le indagini divengono, per la pubblica opinione, esse stesse il processo (anticipato), ma un processo sbilanciato tutto dalla parte dell’accusa, con la difesa sostanzialmente priva di strumenti e di parola, se non una trascurabile facoltà di tribuna, pur richiesta dai media, per quel che vale. Questo “processo” determina ovviamente convinzioni e pregiudizi e si conclude con un giudizio, anzi con tanti giudizi per quanti saranno coloro che sono stati raggiunti dalle informazioni fornite dai media, in anticipo, a volte di molti anni, rispetto all’esito del vero processo, il quale sbiadisce come trascurabile appendice rispetto a quello celebratosi al tempo delle indagini, e poco importa se si concluderà con una sentenza di assoluzione. Nel descritto meccanismo, naturalmente, la notorietà del soggetto coinvolto, come si è visto in numerosi casi, funge da potente amplificatore, ma non è un elemento decisivo, perché è l’oggettivo interesse di notizia dell’evento che discrimina tra clamore mediatico del fatto e dei soggetti coinvolti, oppure l’anonimato. Il ruolo fondamentale dei mass media è evidente: sono essi che selezionano i fatti più importanti o più “attraenti” da riportare, filtrandoli attraverso una serie di “cancelli” secondo il metodo del gatekeeping. Senza dilungarci sulle diverse interpretazioni presenti nella letteratura sul tema, basti sottolineare come sia i media classici sia i new media diano rilevanza in particolare ai fatti di cronaca nera (presunti autori, vittime, svolgimento delle attività investigative, alcuni processi), a volte, come si avuto modo già di scrivere, trasformandoli in “spettacolo” con voyeurismo morboso, adducendo come giustificazione che rappresentano notizie “più vendibili”» (Gemma Marotta, in “La vittima del processo penale: un nuovo processo di vittimizzazione”, in Rev. Fac. Direito UFMG, Belo Horizonte, n. 70, pp. 359 – 369, primo semestre 2017).
