Cinque milioni di persone in Italia negli ultimi 30 anni hanno subito un processo e sono stati assolti, un numero incredibile che è determinato da cattive indagini spesso unidirezionali e mancanza di effettivi filtri (udienza preliminare ora anche udienza predibattimentale monocratica) che stoppino processi inutili e costosi prima del dibattimento.
Qualche anno fa il presidente del tribunale di Torino, Massimo Terzi, dichiarò: “Facendo questo mestiere da un po’ di anni ho sempre avuto la percezione che questo sistema non rispetta i diritti delle persone.
Siccome sono anche un patito di numeri, mi sono procurato le statistiche. E ne sono rimasto scandalizzato”.
Effettivamente i dati sono sconvolgenti perché ci dicono che: “Ogni anno finiscono sotto processo 150 mila persone che poi verranno assolte.
Significa che nei trent’anni dall’entrata in vigore dal nuovo codice questa esperienza è toccata a cinque milioni di italiani. Se non si interviene, nei prossimi trent’anni toccherà la stessa sorte a altri cinque milioni. E cosa facciamo, guardiamo a questa prospettiva con non chalance ?
Io penso che sia intollerabile”.
Terzi aggiunse che bisognerebbe “costringere in modo imperativo e stringente, con una modifica di legge, le Procure a portare a processo solo gli imputati la cui colpevolezza è chiara oltre ogni ragionevole dubbio” ed evidenziò che “nella realtà, il libero convincimento del giudice non esiste: nel processo penale le prove ci sono o non ci sono.
I casi davvero controversi, quelli in cui la valutazione è soggettiva, sono così pochi da essere statisticamente insignificanti. Il 50 per cento di assolti vuol dire semplicemente che le indagini sono state fatte male, e che la Procura ha portato in aula processi che non stanno in piedi.
D’altronde se non ci sono filtri, se le udienze preliminari finiscono quasi tutte col rinvio a giudizio, i pubblici ministeri sono anche poco motivati a fare le indagini come si deve. Aggiungerei una considerazione… questo sistema ha generato una montagna di processi che sta soffocando l’apparato giudiziario, con questo trend tra poco si arriverà a un milione di processi e neanche raddoppiando il numero dei giudici si riuscirebbe a smaltirli.
Insomma, a rendere inaccettabile il sistema sono tanto i danni che provoca ai cittadini che la sua insostenibilità economica e organizzativa”.
Questi dati meritano una riflessione e in particolare una presa di coscienza dell’intollerabilità della via del dibattimento per accuse temerarie e prive di fondamento.
La “Legge Cartabia” è intervenuta introducendo una nuova regola di giudizio: l’articolo 23, comma 1, lettera l), del decreto legislativo 10 otto bre 2022, n. 150, stabilisce, intervenendo sull’articolo 425, comma 3, del codice di procedura penale, che il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere anche “quando gli elementi acquisiti non consen tono di formulare una ragionevole previ sione di condanna” e introducendo l’articolo 554 bis cpp (udienza di comparizione predibattimentale a seguito di citazione diretta).
Tale innovazione è finalizzata, per citare il professor Gatta, ad “evitare che procedimenti male istruiti o poco istruiti in fase d’indagine possano essere avviati alla fase processuale, con inutile dispendio di tempo ed energie e, naturalmente, con danni per le persone sottoposte ad indagini, che sopportano la pena del processo”.
Tuttavia, questa regola di giudizio rimane spesso solo sulla carta e nella prassi assistiamo ad un mero passaggio di carte che ingolfano la fase dibattimentale.
“Questo sistema ha generato una montagna di processi che sta soffocando l’apparato giudiziario” parole di Massimo Terzi che non temono smentita.
