La Cassazione penale sezione 4 con la sentenza numero 10462/2025 ha stabilito che in relazione ad un reato perseguibile a querela di parte, tenuto conto che l’espressione di volontà di una persona offesa dal reato a che le autorità a ciò preposte perseguano il responsabile dello stesso non richiede l’uso di formule sacramentali e che i casi dubbi vanno, comunque, interpretati alla luce del principio del favor querelae, la volontà di pro porre querela è desumibile dalla presentazione di una denuncia accompagnata da foto, video e da documentazione utile per l’individuazione dei soggetti che hanno posto in essere l’azione criminosa che la persona offesa assume di consegnare ai carabinieri “per le indagini del caso“.
Ed invero, come ricordato dal PG ricorrente, ai fini della validità della querela, non è necessario l’uso di formule sacramentali, essendo sufficiente la denuncia dei fatti e la chiara manifestazione della volontà della persona offesa di voler perseguire penalmente i fatti denunciati (ex multis Sez. 4 n. 46994 del 15/11/2011, Bozzetto, Rv 251439).
Nel medesimo solco ermeneutico si è affermato che la manifestazione della volontà di querelarsi può essere ritenuta esistente dal giudice del merito, con accertamento sottratto al sindacato di legittimità se rispondente alle regole della logica e del diritto, indipendentemente dalla qualifica assegnata alla dichiarazione orale dalla polizia giudiziaria che lo ha ricevuto, sempre che l’intenzione di voler perseguire l’autore dei fatti ivi denunciati emerga chiaramente dalla dichiarazione stessa ovvero da altri fatti dimostrativi del medesimo intento (ex multis Sez. 3, n. 24365 del 14/03/2023, G., Rv. 284570 – 01; conf. Sez. 3, n. 10254 del 12/02/2014, Q., Rv. 258384 – 01).
Nell’affermare l’illustrato principio la citata giurisprudenza ha voluto per un verso sottolineare come la querela sia atto a forma libera e per l’altro ribadire quali siano i contenuti minimi della stessa per come fissati dall’art. 336 cod. proc. pen., il quale impone alla persona offesa che intenda esercitare il proprio diritto di que rela l’onere di manifestare la volontà che si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato.
E’ dunque altrettanto fuor di dubbio che la manifestazione della volontà di portare a conoscenza dell’autorità l’avvenuta consumazione di un fatto di reato non è sufficiente a qualificare l’atto che la contiene come querela se lo stesso non rivela in maniera chiara ed inequivocabile anche l’intento “persecutorio” e cioè l’ulteriore manifestazione della volontà del soggetto legittimato che si proceda nei confronti del suo autore, atteso che questo e non altro costituisce l’effettivo elemento differenziatore tra querela e semplice denuncia.
Sin da epoca ormai risalente si è precisato, inoltre, che la verifica circa la volontà di querelarsi costituisce giudizio di merito insindacabile in sede di legittimità, sempreché l’interpretazione di tale volontà in tutti i suoi elementi, sia com piuta in conformità ai canoni logico-giuridici di ermeneutica (Sez. 5, n. 8034 del 25/05/1999, Carta, Rv. 213806).
Tuttavia, ancora recentemente, si è osservato — e va qui ribadito — che la sussistenza della volontà punitiva da parte della persona offesa può essere riconosciuta dal giudice anche in atti che non contengono la sua esplicita manifesta zione, purché univocamente dimostrativi di tale volontà, i quali, ove emergano situazioni di incertezza, vanno, comunque, interpretati alla luce del “favor querelae” (così Sez. 5, n. 2665 del 12/10/2021, dep. 2022, Baia, Rv. 282648 – 01 in una fattispecie nella quale la Suprema Corte ha ritenuto chiara espressione della volontà di punizione la richiesta, formulata in un atto di “denuncia querela” da parte della persona offesa dal reato in tale sua qualità, di essere informata della eventuale richiesta di archiviazione formulata dal pubblico ministero, e del contemporaneo conferimento di procura speciale ai difensore di fiducia per proporre opposizione alla suddetta richiesta; conf. Sez. 2, n. 5193 del 05/12/2019, dep. 2020, Feola, Rv. 277801 – 01, che ha confermato la condanna per appropriazione indebita ag gravata ex art. 61, n. 11 cod. pen., delitto divenuto procedibile a querela ex art. 10, comma 1, d.lgs. 10 aprile 2018, n. 36, dopo la sentenza di primo grado, rilevando che la sussistenza della condizione di procedibilità era desumibile dalla ri serva di costituzione di parte civile formulata dalla persona offesa nella denunzia; Sez. 5, n. 2293 del 18/06/2015 dep. 2016, Caruso, Rv. 266258 – 01 che ha ritenuto immune da censure la decisione con la quale il giudice di merito ha ritenuto validamente integrata la sussistenza dell’istanza di punizione nella dichiarazione della persona offesa di volersi costituire parte civile e di volere ricevere l’avviso della richiesta di archiviazione, ex art. 408 cod. proc. pen: vedasi anche la recente Sez. 7, 21.11.2024, Bello).
Ebbene, se questi sono i principi giuridici di riferimento, ritiene la Cassazione che la Corte territoriale abbia errato laddove ha dichiarato il non doversi procedere per mancanza di querela sulla base della valutazione che la denuncia orale presentata dal vicedirettore del negozio in data 15/05/2018 non contenesse né l’indicazione formale di “querela” e nemmeno vi fosse all’interno dell’atto alcun elemento dal quale potesse desumersi in maniera inequivoca la sua manifestazione di volontà a che il responsabile del furto venga perseguito.
Viceversa, la circostanza segnalata dal PG ricorrente che nella denuncia orale sporta dal T. si leggesse che lo stesso consegnava ai carabinieri “per le indagini del caso” la documentazione ricordata in premessa appare chiaramente indicativa della volontà del denunciante che si perseguisse l’autore del reato.
L’effettuazione di indagini, per un reato perseguibile a querela qual è il furto aggravato di cui all’imputazione, presuppone evidentemente la volontà del derubato che si persegua l’autore del reato.
Ricordiamo l’esistenza di precedente costituito da Sez. 5, n. 50949 del 30/09/2019, Faedda, Rv. 277843 – 01 secondo cui la volontà di proporre querela non è desumibile dalla presentazione di un mero atto di denuncia che, anche se accompagnato dalla copia della videoregistrazione dell’azione criminosa e da indicazioni finalizzate al rintraccio del colpevole, sia privo di qua lunque espressione indicativa della volontà del denunziante di perseguire il responsabile.
La cassazione nel caso esaminato ha ritenuto, tuttavia, che una tale opzione ermeneutica non tiene conto che per esplicare la volontà punitiva non è necessario l’uso di formule sacramentali e del sopra ricordato favor querelae.
Va pertanto affermato il seguente principio di diritto: “In relazione ad un reato perseguibile a querela di parte, tenuto conto che l’espressione di volontà di una persona offesa dal reato a che le autorità a ciò preposte perseguano il responsabile dello stesso non richiede l’uso di formule sacramentali e che i casi dubbi vanno, comunque, interpretati alla luce del principio del favor querelae, la volontà di pro porre querela è desumibile dalla presentazione di una denuncia accompagnata da foto, video e da documentazione utile per l’individuazione dei soggetti che hanno posto in essere l’azione criminosa che la persona offesa assume di consegnare ai carabinieri “per le indagini del caso”.
