Un’isola non continentale grande poco più di 2 milioni di chilometri quadrati, una densità abitativa tra le più basse al mondo (meno di 60.000 abitanti, il 91% dei quali di etnia inuit), un territorio d’oltremare autonomo della Danimarca con un suo parlamento in cui siedono 31 rappresentanti, eletti con voto proporzionale.
Tutto questo è la Groenlandia.
In questo Paese ci sono appena state le elezioni politiche e sono state vinte dal Partito democratico (Demokraatit Party), nome che non deve indurre in errore perché la versione groenlandese appartiene all’area del centrodestra e, non avendo ottenuto la maggioranza assoluta (ha avuto il 30% dei voti), potrebbe essere costretta a governare con i nazionalisti di Naleraq (24,5%).
Seguono a distanza gli ex partiti di governo: Inuit Ataqatigiit, ambientalisti di sinistra (21%), e Siumut, socialdemocratici (15%).
Quale che sia la nuova maggioranza, dovrà misurarsi con le mire di Donald Trump che vorrebbe annettere la Groenlandia agli USA, attratto dalla sua importanza strategica e dai ricchi giacimenti di terre rare della “Terra verde”.
A questa pressione si aggiunge la spinosa questione dell’indipendentismo: quasi tutti i partiti vogliono il distacco dalla Danimarca ma sanno anche che esso comporterebbe il rischio di fare a meno dei sussidi danesi che contribuiscono in modo importante a tenere in piedi la Groenlandia la cui economia è fondata in gran parte sulla pesca.
In sintesi: un Paese tra i più grandi al mondo ma con soli 57.000 abitanti, indipendentista ma costretto al realismo, pressato all’esterno dal gigante USA ingolosito dai suoi minerali e, soprattutto, con un Partito Democratico che guida il centrodestra.
