“Quando Giovanni Falcone non aveva acquisito la prova, non mandava l’imputato davanti al giudice del dibattimento” ricorda Giuseppe Ayala in una intervista.
Le indagini e la prudenza e il rigore della correttezza procedurale e del riscontro.
Scrivo questo breve post dopo una mattinata di lavoro manuale (aggiusta la caldaia, svuota una cantina) e la rilettura di due vecchi libri dopo un frugale pranzo: “Cose di Cosa Nostra” di Marcelle Padovani e Giovanni Falcone e “Maigret fa di testa sua” di Simenon.
Il “metodo” Falcone, emblema della correttezza procedurale e della prudenza valutativa.
La prudenza, il rigore, l’attenzione al minimo dettaglio erano le caratteristiche del suo lavoro giudiziario, caratteristiche divenute proverbiali e purtroppo, oggi, spesso dimenticate da molti che svolgono il delicato compito di indagare e esercitare l’azione giudiziaria.
La necessità del riscontro è sintetizzata in questo fatto: “Una volta mandò un ispettore di polizia a San Paolo del Brasile per controllare che in una certa piazza ci fossero tre panchine di legno; solo perché il pentito Tommaso Buscetta ne aveva parlato e lui voleva riscontrare anche quel particolare”, ricorda Marcelle Padovani, la giornalista francese che con Falcone scrisse «Cose di Cosa Nostra», il libro-testamento del magistrato pubblicato nell’autunno del 1991.
Il metodo Falcone che sapeva trasformare gli elementi di accusa in elementi probatori, gli indizi in prove, le prime allusioni e confidenze in testimonianze decisive.
Come ha detto in un’intervista Giuseppe Ayala, che fu il pubblico ministero del maxiprocesso: “un processo Falcone non l’ha mai perso”, anche perche´ “quando Giovanni non aveva acquisito la prova, non mandava l’imputato davanti al giudice del dibattimento”.
Il metodo Falcone aveva qualcosa di speciale non nella logica o nella tecnica, ma in questo: la sagacia dell’indagine, la prudenza nell’avvicinarsi al fenomeno, la diffidenza verso le prime congetture, l’intelligenza di vagliarle e pesarle, il rigore nel valutarle.
Le stesse caratteristiche che puoi ritrovare in Simenon e nei suoi gialli: “Caro commissario Maigret badi che non metto in dubbio il suo valore professionale!
Se lei non capisce niente, ma niente di niente, è perché fin dal principio è partito da dati erronei.
Da allora tutto è falso.
E tutto ciò che scoprirà sarà falso, fino alla fine …
Invece i pochi punti che avrebbero potuto servirle di base le sono sfuggiti …”.
Questa banale constatazione, spesso dimenticata, la scrive Simenon in “Maigret fa di testa sua” e Terzultima Fermata la ricorda a tutti quelli che …svolgono le indagini e non capiscono per i loro limiti e a tutti quelli che non vogliono capire consapevolmente.
Teoremi, metà e quarti e ottavi di teoremi, quelli meglio lasciarseli alle spalle. Molto meglio.
