L’errore giudiziario e le difficoltà di ammetterlo (Riccardo Radi)

Nel mondo giudiziario sono molti i casi di errori investigativi poi divenuti clamorosi e/orrori giudiziari.

La giustizia penale è uno degli ambiti in cui di più si prende in esame il rischio dell’errore e nel quale, meno, i protagonisti ammettono di essersi sbagliati.

In numerosi casi di errori giudiziari conclamati, gli investigatori, i pubblici ministeri e i giudici che hanno contribuito a condanne poi rovesciate, tendono a rimanere ostinatamente convinti -a volte contro ogni evidenza- delle proprie intuizioni e delle proprie decisioni” come scrive Gianrico Carofiglio nell’ultimo suo libro “Elogio dell’ignoranza e dell’errore”.

Il grande Francesco Carnelutti scriveva: “Io sono persuaso non solo che l’errore giudiziario sia frequente anzi che raro; ma perfino che una dose di errore si trovi in ogni giudizio umano”, (Il problema carcerario, in Jus, 1956, 1).

Il post non è una recensione e tantomeno vuole fare pubblicità a Carofiglio che non ne ha bisogno.

Ci permettiamo semplicemente di consigliare la lettura, perché il tema è, da sempre, un punto critico del sistema giustizia: il palese imbarazzo di ammettere “ho sbagliato” e in seguito pronunciare le parole “chiedo scusa” che attanaglia tanti.

Ci sono delle eccezioni ma sono e rimangono una minoranza, come non ricordare il dottor Cuno Tarfusser oggi in pensione che quando era Sostituto procuratore Generale alla Corte di appello di Milano, il 18 settembre del 2022 mentre era seduto in platea a Milano a vedere l’anteprima del docu-film “Peso Morto”, dell’associazione Errorigiudiziari.com (film che narra la vicenda giudiziaria di Angelo Massaro che ha trascorso 21 anni della sua vita in carcere per un macroscopico errore giudiziario) chiede la parola e rivolto ad Angelo Massaro dice: “Io mi scuso con lei per tutto quello che le è successo. Questo filmato venga fatto vedere a tutti i magistrati e venga proiettato alla scuola Superiore della Magistratura perché venga insegnato che oltre le carte ci sono le persone”.

Fatti che fanno notizia perché il più delle volte rimane l’imbarazzato silenzio o la difesa a prescindere del proprio operato.

Carofiglio nel suo libro ci parla proprio della difficoltà di riconoscere, anche nel mondo giudiziario, i propri errori: “Nelle indagini e poi fondamentale tenere conto dei rischi del cosiddetto confirmation bias, cioè la tendenza inconscia che abbiamo noi tutti a cercare e interpretare le informazioni in modo da confermare idee e convinzioni preesistenti ignorando svalutando tutto quello che le contraddice.

Un bravo investigatore- che significa soprattutto un investigatore consapevole- sa che è necessario trattare le proprie intuizioni con un pizzico di diffidenza. Ovviamente bisogna cercare gli eventuali elementi che convalidino l’ipotesi investigativa, ma bisogna cercare anche quelli che potrebbero smentirla.

Se abbiamo una buona ipotesi, ma prendiamo in considerazione solo quello che la conferma, finiremo con l’ignorare tutto il resto.

Può sembrare paradossale ma per provare davvero una congettura e soprattutto una congettura investigativa, bisogna, tentare di demolirla ipotizzando delle alternative plausibili. Solo se resiste a questo tentativo di demolizione possiamo sostenere che è davvero utile. E non si tratta di una procedura lineare.

Salvo rare eccezioni, le indagini non sono procedure lineari.

Il risultato investigativo -ma in realtà più in generale la nostra comprensione delle esperienze- dipende da un avanzare per tentativi.

Non sappiamo con precisione cosa stiamo facendo. A volte non ne abbiamo la minima cognizione. Si tocca qua e là, si fanno domande a casaccio, si nota un dettaglio fuori posto e si controlla se è fuori posto per caso o per una ragione precisa. E quando le cose vanno bene la soluzione sembra il risultato di una sequenza ineluttabile. Non è così.

Le buone indagini procedono per errori e consapevole improvvisazione, molto spesso con l’aiuto della fortuna. Gli investigatori migliori lo sanno, e si distinguono dagli altri perché non restano intrappolati nelle loro intuizioni, usano un dubbio come strumento di lavoro, quando sbagliano (eventualità sempre presente) sanno tornare sui loro passi.

Quello della giustizia penale è uno degli ambiti in cui di più si prende in esame il rischio dell’errore e nel quale, meno, i protagonisti ammettono di essersi sbagliati.

In numerosi casi di errori giudiziari conclamati, gli investigatori, i pubblici ministeri e i giudici che hanno contribuito a condanne poi rovesciate, tendono a rimanere ostinatamente convinti -a volte contro ogni evidenza- delle proprie intuizioni e delle proprie decisioni.

A dire il vero investigatori e giudici non sono i soli professionisti, altamente specializzati, ad avere difficoltà a riconoscere non tanto la propria astratta fallibilità, quando i propri specifici, a volte brucianti, errori.

Un problema di questo genere si presenta, in forme a volte macroscopiche, con molte altre categorie di esperti. In realtà, con tutte”.

Come acutamente ha scritto il “coautore”, il grande (per me sicuramente) dott. Vincenzo Giglio: “I giudizi penali contemporanei hanno sempre più spesso ad oggetto temi probatori sofisticati che richiedono confidenza con saperi avanzati e capacità di apprezzarne il senso.

L’equilibrio interno ai processi è mutato e l’accusa pubblica ha da decenni conquistato una centralità e un’influenza che spingono ai margini la difesa e la costringono ad agire solo di rimessa.

Le investigazioni preliminari sono spesso determinanti per il futuro esito del giudizio e si avvalgono ormai fisiologicamente di strumenti tecnologici avanzati. Assume pertanto un ruolo decisivo la professionalità degli investigatori sul campo e la loro capacità di muoversi entro e non oltre i limiti normativi.

Accanto a questi aspetti, propri della modernità, continuano a manifestarsi le insidie valide in ogni tempo: i pregiudizi, l’incompetenza, i bias cognitivi, i vizi della memoria, l’elevata fallacia delle prove dichiarative, la riluttanza umana ad abbandonare le convinzioni di partenza, le aspettative popolari rafforzate e talvolta drogate dai gestori dell’informazione.

Ognuno di questi fattori, in conclusione, può condurre all’errore giudiziario.

È necessaria una riflessione capillare e, ove occorra, una controinformazione”, ecco il link: L’errore giudiziario e i suoi tanti possibili padri (di Vincenzo Giglio) – TERZULTIMA FERMATA

Buona lettura.