Ne Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino c’è un dialogo che non passa inosservato.
È tra Pin, il ragazzino protagonista del libro, e Pietromagro, il ciabattino per cui Pin lavora.
La storia è ambientata tra il 1943 e il 1944, la scena avviene in carcere.
Calvino la racconta così:
“– Vedi, ora io ho una malattia che non posso pisciare. Avrei bisogno di cure e sono qui per terra. Nelle vene non mi scorre più del sangue, ma del piscio giallo. E non posso bere vino e avrei tanta voglia di prendere sbornie per una settimana di seguito. Pin, il codice penale è sbagliato. C’è scritto tutto quello che uno non può fare nella vita: furto, omicidio, ricettazione, appropriazione indebita, ma non c’è scritto cosa uno può fare, invece di fare tutte quelle cose, quando si trova in certe condizioni. Pin, mi stai a sentire?
Pin lo guarda nella faccia gialla, pelosa come quella di un cane, sente il suo fiato ansimargli sul viso.
– Pin, io morirò. Tu devi giurarmi una cosa. Devi dire giuro a quello che dirò. Giuro che per tutta la mia vita combatterò perché non ci siano più prigioni e perché sia rifatto il codice penale. Di’: lo giuro.“.
Realtà e utopia si affollano nelle parole di Pietromagro: un codice penale che vieta molto ma tace quando si tratta di indicare le strade possibili per chi fatica a campare; la richiesta di un impegno perché questo codice così inadeguato sia cambiato e non ci siano più prigioni ad aspettare chi sgarra.
Quell’utopia riecheggia ancora oggi nelle parole di chi non si accontenta più di un penale migliore ma chiede qualcosa di meglio del penale.
È realistica la richiesta di Pietromagro e di chi oggi la spinge ancora oltre?
No, è radicalmente e inevitabilmente irrealistica.
Lo è perché il suo presupposto, tanto ardito da risultare inaccettabile ai più, è che il diritto penale sia già morto senza che ce ne accorgessimo.
Morto perché costruito su assiomi sempre più traballanti in quanto ignorano che l’uomo è inconoscibile a se stesso, figuriamoci agli altri.
Perché, di conseguenza, non è dato al giudice di spiegare plausibilmente le ragioni per le quali qualcuno ha fatto ciò che non doveva o omesso di fare ciò che gli spettava e neanche di spiegare perché lui stesso ha condannato o assolto.
Perché, quindi, la colpa è un concetto surreale e la pena che ad essa segue è priva di senso e giustificazione.
Perché, comunque sia, è una balla colossale che la pena, particolarmente quella estrema della prigionia, restituisca esseri umani migliori.
Perché il legislatore sforna a ritmo incessante fattispecie incriminatrici create non per tutelare beni giuridici reali e importanti da gravi aggressioni ma per la “necessità politica” di creare e consolidare, a fronte di disagi sociali ora veri ora indotti, un’identità pubblica rassicurante e protettiva: ne sono sintomo i sempre più frequenti reati di pericolo presunto, di sospetto o quasi sospetto, e l’impoverimento, talvolta imbarazzante, della parte descrittiva delle fattispecie; e quando questo avviene, la pena perde ogni funzione retributiva e si trasforma in uno strumento di pura violenza, al servizio di uno scopo altrettanto violento.
Se tutto questo fosse vero, sarebbe ipotizzabile immaginare che un numero sufficiente di decisori pubblici cominci a riflettere, magari partendo dall’obiettivo minimo di un diritto penale più mite?
No, non è affatto immaginabile: non lo è ora con una maggioranza di governo che crede convintamente nel binomio legge e ordine, non lo è stato praticamente mai nella storia umana.
Il penale – è questo il punto – conviene a molti: a chi è in crisi di idee e non saprebbe cosa fare se l’enorme spazio che occupa rimanesse vuoto; a chi ci campa sopra, utilizzandolo come strumento di consenso, di potere, di carriere; a chi odia e nel penale vede la clava per far male; a chi vive di insicurezze e vuole essere rassicurato dai mille pericoli che scorge attorno a sé; a chi, avendo subito il male, prova il desiderio umanissimo che chi lo ha fatto paghi.
Ciò che più conta, il penale è nella testa di ognuno di noi, tutte le volte che distinguiamo tra bene e male, tra giusto e ingiusto.
Torno a Pin e al suo giuramento: lo avrà mantenuto, avrà ottenuto qualche risultato?
Potrebbe dircelo solo Calvino e forse lo ha detto, se intendiamo bene gli indizi che ci ha lasciato.
Mi riferisco al notissimo Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti.
Bastano due frasi: quella d’inizio, “C’era un paese che si reggeva sull’illecito” e l’altra nella parte finale, “Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini, cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti”.
Se la short story si regge su un sistema sociale e un ordinamento ispirati da una maggioranza corrotta che però convive con una minoranza onesta, cosa aveva in mente Calvino quando contrapponeva corruzione e onestà e a quali criteri differenziali si era ispirato?
In fondo, il paese dei corrotti funzionava, a suo modo ma funzionava, i suoi abitanti avevano di che campare e sarebbero stati addirittura felici se gli onesti non li avessero disturbati per il solo fatto di esistere.
Non c’è quindi una ragione oggettiva e universale che Calvino consegni ai lettori per giustificare la divisione in due categorie e la sua preferenza per gli onesti.
Lo scrittore, alla fine, ci ha raccontato quello che a lui piaceva o dispiaceva e su questo ha edificato la distinzione tra bene e male. È come dire che si è fatto legislatore.
Nulla di diverso da quello che si è sempre fatto. Chi comanda stabilisce il confine tra giusto e ingiusto, premia il primo e punisce il secondo.
È per questo che Pin, per quanto possa aver creduto al giuramento mentre lo faceva, passato un certo numero di anni e nel frattempo divenuto adulto, si sarà reso conto dell’assurdità dell’impegno richiestogli da Pietromagro o, addirittura, se ne sarà completamente dimenticato.
