Imbattendosi nel prologo de “La gogna” del noto scrittore saggista Alessandro Barbano si trovano parole che, purtroppo, si materializzano troppo spesso nella quotidianità delle aule di giustizia.
L’Autore, infatti, si chiede “perché la giustizia non cambia mai? Perché gli errori si ripetono, i ritardi si incancreniscono, le riforme saltano o, quando pure si fanno, risultano irrilevanti?”.
A queste domande risponde individuando due cause.
La prima è insita nel fatto che l’opinione pubblica, in generale, ed il cittadino, in particolare, si disinteressano del problema perché “la giustizia è percepita come una cosa di altri, salvo poi scoprirne l’insostenibile prezzo quando se ne viene direttamente a contatto”.
La seconda causa viene individuata “nel modo in cui la giustizia viene amministrata, e cioè dal suo arroccamento in un fortino, dove si consolidano regole e logiche diverse e talvolta opposte a quelle della vita, e dove tutto può accadere senza che nessuno sappia, o piuttosto, venendosi a sapere l’opposto di ciò che è accaduto”.
A riprova del fatto che non sempre, o quasi mai, ciò che è legittimo, ossia conforme alla legge o, meglio, all’interpretazione che i giudici ne danno, è anche giusto e che troppo spesso la vita reale non venga nemmeno lontanamente esplorata dalla giustizia in senso lato, mi sembra utile riportare la storia vera di un uomo qualunque portata a mia conoscenza con tanto di atti a corredo.
Succede che un giorno come tutti gli altri, un uomo qualunque si trovi catapultato dal suo mondo in quello della “giustizia”, iniziando a vivere un incubo.
Quest’uomo, come tutte le mattine, si sveglia nella sua casa che non è una reggia nè un appartamento di lusso ma solo un dignitoso alloggio popolare nella periferia di una grande città in cui vive indisturbato da oltre 17 anni.
È la casa che era stata di sua madre (definita parente ignota nelle carte) e dove è rimasto solo quando lei, qualche anno fa lo ha lasciato in questa terra, con i suoi problemi, la sua fragilità, la sua solitudine.
In quel giorno, che non sarà affatto come tutti gli altri, succede che uomini in divisa bussano alla sua porta e, come nella sceneggiatura di un thriller, gli sconvolgono la vita.
Con un decreto di sequestro gli tolgono la casa perché, dicono, non ha titolo per viverci e la occupa arbitrariamente.
Con un’ordinanza cautelare gli impongono di andare via dalla città in cui è nato, cresciuto e vissuto perché, dicono, oltre a farsi giustizia da sé perseguita i suoi vicini di casa.
Prima di esiliarlo gli fanno eleggere domicilio presso un ignaro difensore d’ufficio che non ha alcuna possibilità di entrare in contatto con lui visto che nessun recapito telefonico o digitale gli viene fornito.
Quest’uomo semplice ed indifeso obbedisce agli ordini ricevuti, si allontana senza lasciare tracce e diventa un fantasma.
La parola di quest’uomo non verrà mai ascoltata perché nessuno gli comunicherà effettivamente la data dell’interrogatorio che dovrebbe essere a sua garanzia.
Da fantasma, non ha potuto spiegare se la donna che, già nel lontano 2007, aveva presentato una richiesta di ospitalità per lui in quell’alloggio, mai lavorata dall’Ente proprietario, fosse, come sembra, sua madre e se lui pagasse l’affitto.
Da fantasma non ha potuto spiegare se fosse vero o no che per una questione di parcheggio aveva fatto qualche dispetto alle auto di altri condomini (5 in 6 anni) senza per questo perseguitarli come lo accusano di aver fatto.
Non sappiamo se quest’uomo è nel giusto oppure no e se tutto quello che gli contestano è vero oppure lo è solo in parte o per nulla, ma, di certo sappiamo che nessuno ha sentito le sue ragioni.
E così, in un giorno qualunque, nell’indifferenza di chiunque e nel silenzio assordante, un uomo diventa un fantasma, perde casa e cittadinanza, non in un paese a regime totalitario dove con uno schiocco di dita le vite spesso si dissolvono nella nebbia, ma nella nostra Italia, culla del diritto.
È legittimo, forse, ma è anche giusto, quindi, che ad un uomo, sommariamente e provvisoriamente giudicato, possa essere sottratta l’abitazione e la libertà di vivere nella sua città senza che gli venga data la concreta possibilità di difendersi?
Ecco, se proprio non si riesce a cambiarlo per la ragioni espresse da Barbano, non sarà forse il caso di iniziare a ipotizzare di non chiamare più “giustizia” quel sistema che spesso e volentieri dispensa decisioni che tutto sembrano fuorché giuste nel senso comune del termine?
