Si attribuisce a Judy Garland un aforisma che esprime bene uno dei significati possibili di questa storiaccia dei dossieraggi realizzati accedendo abusivamente alle banche dati che, contenendo i dati più sensibili e riservati d’Italia, dovrebbero essere per ciò stesso le più sicure: “Non ho mai guardato attraverso un buco della serratura senza trovare qualcuno che stava a sua volta guardando”.
L’ultima (finora) puntata è emersa attraverso un’indagine della Procura di Milano (a questo link per l’approfondimento di SKYTG24).
Le puntate precedenti sono state quelle di competenza della Procura di Perugia e ne abbiamo parlato più volte via via che si apprendevano i loro sviluppi (a questo link per uno degli approfondimenti e a quest’altro link per una sintesi delle catene gerarchiche interne alla DNA e alla Guardia di Finanza).
In attesa che le indagini facciano il loro corso e sia possibile capire, come chiede il Ministro Crosetto, se ci sia un unico fil rouge che lega i fatti esplorati a Perugia e Milano, qualche considerazione è già possibile farla.
La prima è quella anticipata in apertura: colpisce la facilità delle intrusioni nelle banche dati pubbliche che conservano i segreti d’Italia.
Sarebbero state attaccate con successo, per quanto si apprende dai mass-media, le banche dati delle Forze di Polizia (SDI), della Direzione nazionale antimafia (con particolare riferimento all’archivio SOS, segnalazioni di operazioni sospette), della Guardia di Finanza (archivio SIVA, sistema informativo valutario) e dell’Agenzia delle Entrate (archivio SERPICO).
Almeno alcuni degli attacchi sarebbero stati realizzati senza bisogno di ricorrere a complesse operazioni di infiltrazione da remoto, essendo stato sufficiente mettere a libro paga persone che disponevano direttamente delle credenziali di accesso o che potevano arrivare a chi ne disponeva.
La seconda considerazione è l’inadeguatezza dei sistemi di monitoraggio degli accessi e di segnalazione di quelli ingiustificati o sospetti per qualsivoglia ragione: una caratteristica comune di ciò che si sa delle indagini in corso è che gli accessi abusivi si sarebbero contati a migliaia prima che qualcuno si accorgesse delle falle.
Colpisce ancora, particolarmente attraverso l’indagine milanese, la dimensione imprenditoriale che avrebbero assunto le attività criminali: non singoli individui ma vere e proprie reti organizzate in forma societaria con divisione interna di compiti e di rami di attività.
Colpisce ancora di più l’ampiezza e la diversificazione di coloro che sembrerebbero avere commissionato dossieraggi occasionalmente o stabilmente: finanzieri, banchieri, soci di controllo e manager di grandi aziende, studi legali, personaggi del sottobosco politico, magistrati.
A questa ampiezza della clientela corrisponderebbe uguale ampiezza degli scopi: allarmi su indagini in corso, interessi aziendali in senso stretto, vicende successorie, discredito verso concorrenti politici, perfino sospetti tradimenti coniugali e precostituzione di posizioni più favorevoli in vista di eventuali separazioni o divorzi.
L’impressione è quindi, sempre che tutte queste caratteristiche trovino adeguato riscontro nel prosieguo delle indagini, che il dossieraggio 2.0 si sarebbe evoluto in una sorta di società multi-service, in grado di soddisfare ogni esigenza di ogni cliente, disponendo di una materia prima alimentata da flussi incessanti di informazioni al punto da far pensare che queste siano raccolte prima e a prescindere da specifiche richieste, come se, in altri termini, si raccolga tutto – avendo tutto a disposizione – perché tutto prima o poi servirà.
Ci sono poi due caratteristiche da sottolineare prima di chiudere.
Tra le braccia operative e forse anche tra le menti pensanti dei presunti traffici di informazioni segrete ci sarebbero persone che hanno fatto parte degli apparati investigativi di punta dello Stato: gente che ha portato a termine operazioni iscritte negli annali del contrasto alla criminalità.
La prima e più semplice spiegazione è che costoro hanno il know how, sanno come fare, come muoversi, in che direzione andare e, se non lo sanno loro, sanno chi lo sa.
Data questa spiegazione, nasce una domanda che ovviamente è legittima solo se sarà dimostrata la correttezza delle tesi d’indagine: si assiste ad una riconfigurazione, con un prima e un dopo, o soltanto ad una continuazione di ciò che era già prima?
E, per finire, l’imperversare dei dossieraggi crea una, neanche tanto inedita, differenziazione tra chi realizza i dossieraggi, chi li commissiona e chi ne è vittima.
Bisognerà capire bene chi ha fatto cosa e collocare ognuno al suo giusto posto perché ne va della nostra democrazia.
