Ho le mie idee su cosa dovrebbe essere una Camera penale.
La prima, paradossale ma spero non troppo, è di parlarne solo alla fine.
Perché prima mi serve dire cos’è per me la difesa penale e chi è il difensore penale.
Mi verrebbe comodo rifugiarmi dietro i principi, uno più bello ed emozionante dell’altro, impressi a fuoco nella Costituzione, nella Convenzione europea dei diritti umani, nel codice processuale penale.
Verrebbe fuori un quadro magnifico: indagini senza pregiudizi di sorta; accusa e difesa sullo stesso piano, la triade del processo, il contraddittorio come strumento infallibile per la ricerca e la scoperta della verità, il giudice che ascolta con attenzione e decide in autonomia; i gradi successivi al primo come momenti di effettiva verifica e, ove occorra, revisione della decisione precedente; in mezzo a tutto questo un accusato/imputato magari preoccupato o addirittura angosciato ma al quale il suo difensore può dire senza mentire che la partita alla quale suo malgrado partecipa non ha il destino segnato e non sarà giocata con le carte truccate; e poi, se all’accusa seguisse la condanna, un’esecuzione penale a misura d’uomo che punti sul recupero e non sull’annichilimento.
Sarebbe bellissimo questo quadro ma sarebbe anche un falso: forse di qualità ma sempre un falso.
La realtà, quella con cui fare i conti perché altrimenti è solo un inutile sogno, è quella che i difensori penali sperimentano ogni giorno nei palazzi di giustizia, nei loro uffici e nelle loro aule.
Si trova nelle prassi correnti, nelle decisioni di merito e di legittimità, nel racconto mediatico della giustizia, nell’atteggiamento sociale verso la difesa degli imputati, soprattutto se accusati di reati fortemente stigmatizzanti.
E ancora nella costante svalutazione della difesa, nella sensazione che ogni difensore prova prima o poi di essere considerato un ospite sopportato e non gradito nelle indagini e nel giudizio, nella constatazione che il suo studio, il suo impegno, le sue proposte e le argomentazioni su cui si fondano contino quanto la funzione difensiva, poco o nulla.
E poi, perché anche di questo bisognerebbe parlare, la progressiva e inarrestabile differenziazione tra i grandi studi penali associati e gli artigiani della difesa: corpi d’armata i primi, con una potenza di fuoco che gli assicura attenzione e rispetto, personaggi quasi anacronistici e in via d’estinzione i secondi, verso i quali è assai più facile sperimentare con successo le infinite tecniche di emarginazione e isolamento di cui può essere capace l’amministrazione della giustizia.
Potrei anche aggiungere i tormenti della transizione digitale, le sempre nuove occasioni di inammissibilità che il legislatore e il giudice disseminano lungo il percorso e le tante altre meraviglie, tutte ad alto rischio, che caratterizzano le giornate del difensore.
Questa è la realtà, questa è la verità.
Eppure, come uomo e professionista, so che dal momento in cui accetto una difesa e per il solo fatto di averla accettata, sono in debito con chi si è affidato a me.
Gli devo un impegno al meglio delle mie capacità, certo, ma anche qualcosa di assai più importante: devo garantirgli, per ciò che dipende da me, che non ha perso prima ancora di iniziare, che il percorso che lo attende non sarà una stanca farsa, che mi batterò perché non lo sia, che non permetterò che lo si tratti come un vuoto a perdere.
Posso adesso tornare alla mia idea di cosa debba essere una Camera penale.
Lo faccio, e forse anche questo è paradossale, partendo da ciò che non dovrebbe essere.
Non è un luogo per lungo-soggiornanti: chi ci entra non dovrebbe attrezzarsi per non uscirne più perché, se è questo il suo scopo, eviterà accuratamente qualunque scelta e qualunque iniziativa che gli diano un’immagine di persona scomoda e privilegerà il quieto vivere alle battaglie.
Non è un luogo di potere: stare in una Camera penale non significa assumere una posizione di preminenza sui colleghi e far parte di una cerchia elitaria che decide solitariamente e senza dar conto.
Non è uno strumento di esclusione: mai pensare che chi c’è è meglio di chi non c’è, che chi ne fa parte può prescindere da chi non ne fa parte o, peggio, condannarlo all’irrilevanza.
Non è una centrale di promozione di un pensiero unico: è una Camera, non la corte di un sovrano assoluto.
Non è la succursale di uno qualsiasi dei poteri costituiti e non persegue logiche consociative: è un organismo prima di tutto oppositivo e, in questa stagione di diritti e libertà negate, deve esserlo ancora di più.
Non è un posto dove le idee, soprattutto se altrui, vengono spente: è un luogo del pensiero e quanto più è plurale tanto meglio è.
E allora cos’è una Camera penale?
Semplice: è il contrario di ciò che non deve essere e questa è la Camera penale che vorrei.
