Parole e musica
…Qualche decennio fa
“Tutti ‘sti caribinìri su’ tutti maliditti:
Ce mìttene le manette
Ce portane ‘n prigione
Ce cunzègnane a re guardiane
Co ‘nu mazze de chiavi ‘n mane
Ce portane e ce arrinchiùdene
Dentre a ‘nu camerone
Quande so’ le sette e meze
Ce ve’ ru secondine
Co ‘na faccia d’assassine
Ru buon giorno ce ve’ a da’
Quande so le nove e meze
Ce portano la pagnotta
Mieza crude e meza cotta come se pò campa’?
E passeggio ncarzerato, oilì oilà
Quando so’ l’undici e meze
Ce portane la minèsta mizze cuppìne a testa
Come se pò campa’? Niente me dispiace
Che io ha da parti’
Ma passando pe la chiazza quacche ragazza
Pe me chiagne
A le carzare de Capace
Ce so’ male materasse chi dorme e chi passe
Chi fa l’infamità… noce, nucèlle
Castagne abbruscate
Chesta è la vita de lu carzerate!
E passeggio ncarzerato, oilì oilà”.
Avete appena letto il testo di “Canto di carcerati calabresi”: una chiara apologia della ‘ndrangheta, eppure no, non l’ha scritta uno sgarrista qualunque: la musica è di Gino Negri, le parole sono di autore ignoto (tra i maggiori sospettati c’è Strehler) la canzone è cantata da Ornella Vanoni (chi volesse ascoltarla può farlo a questo link) e fa parte del disco “Canzoni della malavita” che uscì nel 1961 e comprendeva tra le altre Jenny delle Spelonche tratta da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill (Jenny, se può interessare, è una prostituta innamorata del protagonista, il criminale Macheat, alias Mackie Messer o Mack the Knife, che poi tradisce e consegna alla polizia).
Le canzoni della mala ebbero successo in teatro (con il coinvolgimento di Giorgio Strehler) e in televisione e diedero la fama alla Vanoni.
Leggiamo adesso un altro testo, ben più famoso.
“All’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito un pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
Venne alla spiaggia un assassino
Due occhi grandi da bambino
Due occhi enormi di paura
Eran gli specchi di un’avventura
E chiese al vecchio dammi il pane
Ho poco tempo e troppa fame
E chiese al vecchio dammi il vino
Ho sete e sono un assassino
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
Non si guardò neppure intorno
Ma versò il vino e spezzò il pane
Per chi diceva ho sete e ho fame
E fu il calore di un momento
Poi via di nuovo verso il vento
Davanti agli occhi ancora il sole
Dietro alle spalle un pescatore
Dietro alle spalle un pescatore
E la memoria è già dolore
È già il rimpianto d’un aprile
Giocato all’ombra di un cortile
Vennero in sella due gendarmi
Vennero in sella con le armi
Chiesero al vecchio se lì vicino
Fosse passato un assassino
Ma all’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito il pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso”.
È senza dubbio la confessione di un favoreggiamento ma no, non l’ha scritta un bandito sardo, sanno tutti chi è stato e i più riconoscono un elevato valore poetico a questi versi.
…Ai giorni nostri
Si è manifestato da tempo il genere neomelodico che potremmo definire, da dizionario, un genere che recupera e aggiorna la tradizione e gli stilemi della canzone popolare napoletana.
Espressioni neomelodiche sono rapidamente comparse anche in altre regioni meridionali, a cominciare da Sicilia e Calabria, per poi estendersi in altri territori.
Fin dalle origini, una delle principali tendenze di questo movimento è stata quella di raccontare storie di ambienti criminali, con la particolarità di adottare il punto di vista, ovviamente oppositivo, di chi ne fa parte.
Boss e criminali di strada, latitanti, detenuti, familiari di ognuno di loro: sono questi i personaggi cantati dai neomelodici.
Senza poi trascurare che, in più di un caso, chi canta è parte integrante delle storie che racconta, nel senso di muoversi personalmente negli ambienti che ispirano, diciamo così, la sua vena artistica.
Ed ecco venir fuori titoli che più espressivi non si può: “Puttana la galera”, “Volevo fare il boss”, “Comando io” e tanti altri.
Nel frattempo, l’interesse artistico verso i mondi criminali è stato ulteriormente rilanciato da serie televisive di grande successo: basti pensare a Gomorra-La serie, nata dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano che ha peraltro preso parte personalmente alla sua produzione in qualità di sceneggiatore, e a Suburra, a sua volta ispirata dall’omonimo libro del magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo e del giornalista Carlo Bonini.
Entrambe le serie esplorano dal di dentro gli ambienti criminali alla base delle storie raccontate e lo sottolineano anche attraverso le rispettive colonne sonore: quella di Gomorra composta dai Mokadelic e quella di Suburra da Tommaso Zanello, meglio noto come Piotta.
Proprio quest’ultimo, in un’intervista rilasciata nel 2020 a Cinecorriere (a questo link per la consultazione) chiarisce bene il senso dell’operazione artistica compiuta: “Ho fatto due tipi di intervento fondamentali. Il primo è stato quello di realizzare non una sola sigla, ma una sigla per ogni personaggio, operazione credo mai fatta prima, e in secundis quella di elevare il lato crime dei personaggi tracciandone il loro versante più poetico”.
Si può allora concludere questa parte, constatando che, a quanto pare, la criminalità, i suoi personaggi, i suoi riti e i suoi stilemi esercitano una forte attrazione in campo artistico, in grado di sedurre ben più che i soli neomelodici.
La giurisprudenza
Sebbene possa apparire strano, i neomelodici sono arrivati più volte all’attenzione della magistratura, quella di sorveglianza in prima battuta e la Suprema Corte di rimando.
Partiamo da Cassazione penale, Sez. 1^, sentenza n. 9184/2023.
Ricorre un detenuto avverso l’ordinanza di un Tribunale di sorveglianza che gli ha negato “di acquistare e detenere, all’interno della camera di pernottamento, compact disk (CD) musicali e relativi lettori digitali, i “CD del genere della musica neomelodica”, perché “l’ascolto di tale genere musicale, che per sua natura “racconta di contesti malavitosi e di contrapposizione anche aperta ai poteri dello Stato”, si pone in contrasto con il trattamento e la rieducazione previsti dall’Ordinamento Penitenziario”.
Il collegio di legittimità respinge il ricorso, ritenendo che il provvedimento impugnato abbia dato “opportuno rilievo al contenuto dei testi contenuti nei CD ha rilevato che alcuni brani musicali del genere neomelodico veicolano messaggi di violenza ed esaltano l’adesione a stili di vita criminali sicché il loro ascolto si presenta del tutto incompatibile con il trattamento penitenziario che, tendendo alla risocializzazione del condannato, promuove valori e modelli di comportamento diametralmente diversi. A tale argomentazione, tutt’altro che illogica, la difesa ricorrente nulla di concreto e specifico oppone non prospettando nemmeno che i CD di musica neomelodica di interesse del detenuto siano estranei a quelli contenenti i citati messaggi negativi”.
Continuiamo e concludiamo con Cassazione penale, Sez. 1^, sentenza n. 1306/2024.
Questa volta ricorre il Ministero della Giustizia, sempre avverso un’ordinanza di un Tribunale di sorveglianza.
Non piace al Ministero che quel Tribunale abbia consentito ad un detenuto l’acquisto di CD, purché di autori di fama nazionale e internazionale, contrassegnati dal marchio SIAE e sigillati, vietandogli per contro l’acquisto dei CD musicali riconducibili ad “autori di nicchia, a diffusione regionale o bassa ‘tiratura’.
Il collegio decidente accoglie il ricorso e osserva, tra l’altro, che “non è infatti astrattamente possibile escludere che taluni autori (non meglio identificabili) di “fama nazionale e internazionale”, siano vicini ad ambienti criminali”.
Non pare di dovere aggiungere altro.
La politica
Apprendiamo da un lancio dell’agenzia ADNKRONOS sul finire del mese di agosto 2024 (a questo link per la consultazione) che il deputato di Alleanza Verdi Sinistra Francesco Emilio Borrelli ha presentato una proposta di legge che tende ad introdurre il reato di apologia della criminalità organizzata e mafiosa che punisce con la reclusione fino a tre anni chiunque esalta in pubblico le gesta dei mafiosi.
Dovrebbero entrare nella fattispecie non solo i cantanti neomelodici che esaltano i boss o denigrano coloro che combattono la criminalità ma anche chi strumentalizza processioni religiose organizzando inchini di fronte alle abitazioni di boss o chi realizza murales che “strizzano l’occhio” alla criminalità organizzata.
Note conclusive
I neomelodici appartengono al genere dei “cattivi maestri”: così ci dice la Cassazione, così ci dicono proposte politiche, così ci dicono anche tanti autorevoli esponenti del fronte antimafia.
Se ce lo dicono così tanti dobbiamo credergli e, in effetti, c’è poco da discutere sulla valenza negativa di versi come questi: “Volevo fare il boss per strada coi miei fra’, in sella a un SH, ra-ta-ta-ta-ta-ta, ma, arrivato in quartiere, ho beccato la police, le luci, le sirene, scappiamo via da qui”.
C’è però un punto che meriterebbe una certa attenzione: se questi versi sono apologetici, perché mai non dovrebbero esserlo tutte le altre rappresentazioni che raccontano quello stesso mondo, senza neanche preoccuparsi, talvolta, di inserire nella narrazione un brandello di Stato che reagisce, che si contrappone all’anti-Stato?
E se, al contrario, libri e produzioni televisive, cinematografiche e teatrali che raccontano le mafie da dentro sono legittimi per la loro funzione documentaristica, cioè perché raccontano la realtà così com’è senza sentirsi tenuti ad abbellirla e a chiudere col lieto fine (come si è preteso per un certo periodo per le produzioni hollywoodiane), perché mai ad un cantante che racconta la storia di qualcuno che aspira a dominare le strade con i suoi “fra” viene negata la stessa funzione?
E, ultimo ma non ultimo, che fine si dovrebbe riservare alla Vanoni e a Fabrizio de Andrè e magari anche a Bertolt Brecht? Mettiamo all’indice anche loro?
Domande che probabilmente resteranno senza risposta ma vale comunque la pena di farle.
