Il criminologo e il (presunto) brigante calabrese: l’incrocio complicato tra Cesare Lombroso e Giuseppe Villella (Vincenzo Giglio)

La storia

Due sono i protagonisti di questa vecchia storia: Cesare Lombroso e Giuseppe Villella o, meglio, il suo cranio.

Medico, antropologo e criminologo ante litteram il primo, cranio e basta il secondo ma con la particolarità di appartenere a un pregiudicato calabrese, immeritatamente elevato al rango di brigante.

Così Lombroso descrive il loro primo incontro:

Occupandomi da qualche tempo dello studio dell’uomo criminale, nel visitare il penitenziario di Vigevano, fui colpito dalla vista di un tristissimo uomo, che vi degeva da pochi giorni. Era certo Villella, d’anni 69, contadino, sospetto di brigantaggio e condannato tre volte per furto, e da ultimo per incendio di un molino, a scopo di furto. Uomo di cute scura, scarsa e grigia barba, folti i sopraccigli e i capelli, di colore nero-grigiastri, naso arcuato, alto della persona m1,70: […] era tutto stortilato, camminava a sghembo, ed aveva torcicollo. Ipocrita, astuto, taciturno, ostentatore di religiose pratiche, negava aver commesso alcuna disonesta azione, ma in fatto era così appassionato pel furto, che derubava fino i compagni del carcere. Questi mi dissero che nell’intimità non si mostrò punto libidinoso; raccontava sì qualche oscenità commessa nella gioventù, e di aver usato con donne sodomiticamente, ma non più che nella prima gioventù, e non più che sogliano gli altri uomini di quella risma; del resto, i suoi discorsi eran d’uomo di senno maturo e calmo di passioni; mai si masturbò, giammai attentò ai compagni, e non mostrò agilità muscolare straordinaria, né ferocia, né spirito vendicativo“.

E così il secondo, non più con Villella in carne e ossa, ma il suo cadavere che sottopose ad autopsia e, in particolare, col suo cranio:

Morì in poco tempo per tisi, scorbuto e tifo. […] Quel cranio presenta: circonferenza mm520, curva longitudinale 370, trasversale 320, diametro longitudinale esterno 196, biparietale 135, frontale 11, bizigomatico 130, longitudinale interno 188, bicipitale 130, frontale 111, altezza verticale 138, spessore medio 19, lunghezza dell’osso frontale 120, parietale 143, occipitale 122, […] cervello del peso di gr. 1340. In complesso era un cranio dolicocefalico, prognato, con sutura non ancora saldata, della forma e capacità ordinaria delle razze Calabresi, solo un po’ differente per un maggiore sviluppo dei seni frontali e degli archi sopraciliari, e per la ricchezza di quelle digitazioni nella tavola interna, che corrispondono all’atrofia cerebrale […] La fusione congenita colla parte corrispondente all’occipite, dell’atlante, i cui archi anteriori e posteriori si presentano atrofici e rudimentali; anomalia rara […] Mancava la cresta occipitale interna, e dalle braccia orizzontali della spina crociata dell’occipite, ai lati della protuberanza occipitale interna, partivano due rilevatezze ossee“.

Nasceva così, da questi rilievi autoptici, quella che può definirsi l’ossessione lombrosiana per il cranio di Villella.

Gli dedicò un posto d’onore nell’Atlante a corredo della sua opera fondamentale, “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria“, inserendolo nella Tavola XXVIII che conteneva ben quattro sue raffigurazioni.

Particolarmente vivida la descrizione sommaria che Lombroso fornì ivi del defunto titolare del cranio: “Villella, vecchio ladro calabrese, di 72 anni, agilissimo; tre carabinieri non poterono agguantarlo che afferrandolo per i testicoli; ultra dolicocefalia; suture aperte; molte ossa Wormiane; cresta frontale enorme; fossetta occipitale mediana sviluppatissima, limitata da due creste che si congiungono in un tubercolo. Sinostosi dell’atlante“.

Resta solo da aggiungere che Lombroso attribuì una fondamentale importanza a quella particolarissima fossetta occipitale mediana e la considerò la prova dell’atavismo criminale, cioè la tesi secondo la quale la gran parte dei delinquenti (stimata dapprima attorno al 70%, poi ridimensionata al 35%) era tale per fattori individuali innati – da qui l’espressione “delinquenti nati” – ai quali si accompagnavano segni fisici o psichici inequivocabili quali malformazioni o anomalie dello scheletro, del cranio e del viso (come orecchie grandi, fronte alta, zigomi sporgenti, naso storto, sopracciglia folte, alto tasso di pigmentazione della pelle); assenza di rimorso; mancanza di moralità; uso di espressioni gergali; presenza di tatuaggi; crudeltà; vanità; precocità nel piacere dei sensi; epilessia.

Il naufragio dell’atavismo criminale e gli altri dubbi sull’ortodossia delle ricerche di Lombroso

Come tutti sanno, la tesi dell’atavismo criminale, al pari di tante altre partorite dal vulcanico ingegno di Lombroso, si è rivelata un errore colossale.

Ciò che non tutti sanno, invece, è che anche i presupposti ai quali il medico veronese ancorò quella tesi potrebbero essere fasulli.

Dobbiamo questa conoscenza ad una rigorosa ricerca di Maria Teresa Milicia, professoressa associata di antropologia culturale all’università di Padova, “Lombroso e il brigante“, Salerno Editrice, 2014.

Ci si affida ad una sintesi di Monica Panetta, pubblicata su Il Bo live dell’Università di Padova (consultabile a questo link):

Ma entriamo nel merito. I fatti, così come li divulgava Lombroso al grande pubblico, risalgono al 1870 quando lo scienziato durante l’autopsia del corpo di Villella fece la “sensazionale scoperta” della fossetta occipitale mediana, di un cervelletto a tre lobi e non due. Secondo lo scienziato sarebbe stata quella la prova “dell’atavismo criminale”, della presenza cioè di caratteri tipici dei primitivi scomparsi nell’uomo moderno. Era la teoria della predisposizione biologica al crimine che diede inizio all’antropologia criminale e vide la pubblicazione il 12 gennaio 1871. 

Fin qui nulla di strano, se non fosse però che Villella, stando alle ricerche, morì nel 1864 e si suppone dunque che l’autopsia sia stata fatta quello stesso anno. I conti non tornano. Inoltre, si chiede Milicia, perché Lombroso attese più di sei anni prima di dare comunicazione della scoperta? Semplice: nella seconda metà degli anni Sessanta stava costruendo la sua carriera e il suo interesse principale era la pellagra con cui si conquistò una certa fama. Fino a quel momento non si era mai occupato né di origine dell’uomo né di razze. L’interesse per l’antropologia fu graduale, anche se l’ambizione era di affermarsi nel nuovo campo di studi e l’occasione parve venire proprio quando ebbe tra le mani il cranio di Villella. Solo quello perché in realtà, contrariamente a quanto Lombroso stesso affermò in più di qualche occasione, non fu lui a eseguire l’autopsia sul corpo. Alla comunità scientifica non poteva nasconderlo ma con il grande pubblico, con cui si potevano omettere i dettagli tecnici, cambiava registro e modificava anche la sostanza dei fatti “per inseguire la fama letteraria del suo personaggio”. Scrive Milicia: “Ecco l’invenzione mediatica ottocentesca dell’autopsia”. Di volta in volta Lombroso modificava la sua versione, aggiungendo o modificando dettagli sul “brigante”, data la sua scarsa conoscenza del profilo comportamentale e dei caratteri anatomo-patologici dell’uomo, cucendo insieme notizie di seconda mano. E sostenendo persino di aver incontrato Villella nel carcere di Pavia dove concluse i suoi giorni, anche questo poco plausibile. Le ricerche della studiosa padovana introducono qualche crepa nel “mito” lombrosiano, nel modello dello scienziato positivo che domina la morte e manipola i corpi creato dall’immaginario collettivo.

Con altrettanto scrupolo Milicia indaga la figura di Giuseppe Villella, il “famoso brigante”, “vissuto nell’Italia pre-unitaria [che] si è da sempre battuto per il bene della sua gente”. A Motta Santa Lucia dove nacque, Milicia si aspettava di trovare una tradizione orale, una memoria collettiva, ma le sue speranze rimasero disattese. Ciò che emerse furono i contorni di un semplice bracciante, un “pecoraro” nato nel 1802 da Pietro e Cecilia Rizzo. Ladro di “cinque ricotte, una forma di cacio, due pani… e due capretti” per cui subì un processo nel 1844. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel carcere di Pavia. Morì “affetto da tosse, tifo e diarrea scorbutica” il 16 agosto 1864, si legge all’interno del suo cranio, trascritto con un lapis. Il 15 novembre, invece, secondo la trascrizione dell’atto di morte del segretario comunale di Motta.

A questo punto, però, sorge un’altra domanda: come si fa a essere sicuri che il cranio esposto al Museo di Torino sia proprio quello di Giuseppe Villella? E come si spiega la duplice data di morte? “I nodi problematici emersi – conclude Milicia – non possono sciogliere fino in fondo il dubbio su eventuali errori di attribuzione verificatesi al momento della prima catalogazione del reperto”. Rimangono dunque solo ipotesi: nel caso si ritenga che il cranio appartenga al bracciante di Motta Santa Lucia, l’unica spiegazione è un errore di trascrizione da parte di Lombroso o del segretario comunale nell’atto di morte (meno plausibile). In caso contrario, quel cranio potrebbe essere di qualsiasi malcapitato sottoposto ad autopsia“.

Per concludere sul punto: una tesi da destinare all’oblio e dubbi consistenti sull’ortodossia delle ricerche lombrosiane.

La propaggine giudiziaria

La giustizia è come il prezzemolo, spunta su ogni pietanza.

Così anche per il caso del cranio del (presunto) brigante Giuseppe Villella.

A maggio del 2012, il Comune calabrese di Motta Santa Lucia, con l’intervento ad adiuvandum del Comitato No Lombroso, si è costituito dinanzi al Tribunale di Lamezia Terme nei confronti dell’Università di Torino per sentir dichiarare l’illegittimità della detenzione da parte del Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” del suddetto cranio allo scopo di assicurargli degna sepoltura.

Il Tribunale adito ha accolto le ragioni di parte attrice.

Ne è seguito un iter giudiziario lungo ben sette anni che ha richiesto perfino l’intervento della Cassazione la quale, con una decisione della sua prima sezione civile del 2019, ha affermato definitivamente la legittimità della detenzione del Museo “Lombroso”, posto che il cranio oggetto della controversia è un oggetto riconducibile alla categoria dei beni di interesse artistico, storico, archeologico ed etnoantropologico.

Sullo sfondo della pronuncia della Suprema Corte si staglia poi la necessaria tutela dell’interesse culturale pubblico alla conoscenza dell’evoluzione scientifica, ivi comprese le teorie che abbiano avuto fortuna iniziale per poi essere superate dall’acquisizione di nuove conoscenze.

In conclusione

Il cranio di Giuseppe Villella, ammesso che forse proprio il suo, non tornerà più nei suoi luoghi natii perché è un bene culturale.

Restano i calabresi: piacerebbe poter dire che non tornerà più la loro immagine di simil- neandertaliani e delinquenti nati che teorie risibili come quelle di Lombroso hanno contribuito a radicare ma non si è affatto sicuri che questo accadrà.

E resta una domanda che non potrà avere risposta: chissà quali deduzioni sarebbe stato capace di fare Lombroso se solo avesse avuto l’opportunità di analizzare i crani di Pitagora, Gioacchino da Fiore, Bernardino Telesio, Mattia Preti, Tommaso Campanella e tanti altri come loro.