La polemica
Non c’è estate che si rispetti senza polemiche infuocate e, più è calda la prima, più infuocate sono le seconde.
Ne abbiamo scelto una tra le tante disponibili.
La fonte dello scandalo è l’edizione 2024 del Manuale di diritto privato di Francesco Gazzoni, anziano ma ancora attivo – e, come si vedrà, pungente – accademico di diritto privato.
La causa è una serie di giudizi taglienti che Gazzoni ha rivolto alla magistratura.
La parte offesa è appunto la magistratura.
Scorriamo insieme il periodo incriminato, precisando che fa parte del capitolo IV.3 del Manuale, focalizzato sull’interpretazione della norma giuridica.
Vi si legge: di diritto vivente affidato agli umori e valori dei giudici, secondo il modello della legislazione per principi; di invasioni di campo di costoro, sostanziali se non formali, che, nel silenzio della legge, hanno ritenuto di poter decidere a quali condizioni si possa far morire cittadini incapaci di intendere e di volere; di sentenze che parlano di “giurisprudenza-normativa, quale autonoma fonte del diritto”, cioè creativa (“che spesso abbaglia ma non illumina”); di ὕβρις [termine adoperato nel greco antico nel significato di tracotanza, insolenza o anche di orgoglio così smisurato da arrivare a sfidare gli dei, nda] della magistratura italiana (che dà anche luogo a overrulings imprevedibili, inopinati e repentini) e, sentendosi superiore alla legge, a livello di padreterni, ignora l’obbligo dell’umiltà; di magistrati che entrano in ruolo in base ad un mero concorso per laureati ed appartengono in maggioranza al genere femminile, che giudica non di rado in modo eccellente, ma è in equilibrio molto instabile nei giudizi di merito in materia di famiglia e di figli; che progrediscono nelle funzioni e nello stipendio in base all’anzianità e non al merito, onde sono premiati anche magistrati che si sono resi colpevoli, per negligenza, come nel caso Tortora; che non di rado appartengono alla categoria degli psicolabili; che sarebbe quindi giusto sottoporli a visita psichiatrica, come a suo tempo proposto dal Sen. Cossiga.
Gazzoni non pecca certo di ambiguità o reticenza: ha sue convinzioni e le esprime in modo chiarissimo.
Non sono parole scritte per piacere e infatti non sono piaciute a molti, a cominciare dall’Associazione nazionale magistrati che, nella sua pagina LinkedIn (a questo link), le stigmatizza con forza, così definendole: “Espressioni misogine e di stupido dileggio dell’ordine giudiziario, che con amara sorpresa ci tocca leggere in un testo dedicato soprattutto alla formazione dei giovani giuristi. Espressioni che al contempo avviliscono e indignano, mortificando chi le ha pensate, chi le ha scritte e chi ha ritenuto di pubblicarle“.
Il metodo e il merito e i loro effetti: l’opinione di chi scrive
Molte sono le questioni agitate da Gazzoni sicché sarebbe improprio, ma lo è sempre, cedere alla tentazione di massimalismi, quale che sia la loro direzione.
Molto meglio affrontarle una ad una, con la scontata avvertenza che si tratta di opinioni quanto mai soggettive di chi scrive .
Pare ci sia anzitutto una questione di metodo: l’Autore indirizza spesso le sue censure verso l’intera magistratura italiana, trattandola così alla stregua di un monolite indistinto, privo di dialettica interna ed esterna, animato e motivato da un’unica sensibilità; eppure, dovrebbe sapere che nessun corpo sociale e nessun ceto professionale sono così omogenei, anche nei periodi storici di maggiore conformismo, da rendere inutile qualsiasi tentativo di individuare differenziazioni; del resto, è la stessa realtà a dargli torto: se, a titolo di esempio, nella memoria collettiva nazionale Enzo Tortora è ricordato giustamente come un martire della mala giustizia, lo si deve soprattutto ai giudici d’appello che riformarono in senso assolutorio la decisione di condanna di primo grado ed alla Corte di cassazione che escluse vizi in quella riforma.
Pare piuttosto grave questo vizio metodologico perché il suo massimalismo stimola prevalentemente opinioni altrettanto nette e chiuse a prospettive dialogiche, come in effetti è stato.
Anche sul piano del merito, pare che la summa del pensiero di Gazzoni sia turbata dall’affastellamento di questioni quantomai eterogenee, ognuna delle quali meriterebbe un’autonoma e non occasionale considerazione: le modalità di reclutamento dei magistrati, la verifica della loro capacità di svolgere con equilibrio le funzioni loro affidate e le valutazioni propedeutiche alla loro progressione in carriera; l’incapacità della giustizia disciplinare di sanzionare adeguatamente le condotte aberranti; gli effetti della componente emotiva attribuita alle donne della magistratura; la presunzione di un’investitura etica discendente automaticamente dall’appartenenza all’ordine giudiziario; il protagonismo interpretativo che sconfina nel creazionismo.
Gazzoni finisce così per offrire ai suoi lettori, con l’aggravante di rivolgersi prevalentemente a giuristi in formazione, un quadro dalle tinte prevalentemente cupe, senza troppo preoccuparsi di fornirgli le informazioni necessarie che gli consentano l’acquisizione di un’autonoma consapevolezza, ciò che, insieme alla giustificazione delle proprie argomentazioni, sembrerebbe il dovere primario di ogni buon maestro.
Senza poi tralasciare quell’accenno alla “femminilità” come fonte di turbativa della giurisdizione, insieme ingiusto e ingiustificato.
Un’occasione perduta, insomma: perché molte delle questioni elencate da Gazzoni meriterebbero, e talune già ce l’hanno, un’attenzione centrale nella cerchia dei cittadini, dei giuristi e dei decisori pubblici.
Un’opinione diversa: quella di un magistrato
Esposte le proprie opinioni, chi scrive pensa che sia utile fare spazio ad un giudizio assai diverso.
È quello di Hadrian Simonetti, attuale presidente di sezione del Consiglio di Stato.
È l’Autore di Le virtù di un Manuale, in Judicium, aprile 2022 (consultabile a questo link).
Diamogli la parola, sia pure per sintesi (ma raccomandando la lettura integrale dello scritto):
“Era un testo difficile, il Manuale, che ti metteva a dura prova […] Studiandolo, e imparandolo, potevi risparmiarti lo sforzo di andare a sfogliare anche le riviste, al tempo ancora cartacee, per leggere le principali sentenze della Cassazione. Tanto più che di quelle sentenze, non di rado, si faceva carico Lui stesso di critiche aspre, talvolta vere e proprie stroncature compendiate nell’uso (e nell’abuso) del verbo “errare” riferito ogni volta al giudice della singola pronuncia […] A differenza di altri manuali, in particolare quello di Pietro Rescigno, che evocavano i problemi, ne definivano i contorni e il contesto, ma poi ne consegnavano la soluzione più minuta, e quindi in un certo senso meno interessante, agli interpreti, il Gazzoni nella palude dei problemi quotidiani sembrava voler entrare con mani e piedi, trascinandoti dentro la varietà delle opinioni e non lasciandoti più riemergere se non con la soluzione in pugno, naturalmente quella, quasi sempre di minoranza, del suo autore. Se il nostro fine di allora fosse più quello di apprendere le tante nozioni e tesi, disseminate lungo il Manuale, o piuttosto il metodo che lo accompagnava e che noi si doveva emulare per quanto possibile, non saprei dirlo, neppure adesso. È più un sentimento che rimane – si direbbe, tra le pagine chiare e le pagine scure – del ricordo di un pericolo che allora corremmo, senza neppure rendercene conto, sino in fondo: di uscire di senno e di perderci […] Una parte delle sofferenze erano almeno lenite dallo stile “corsaro” dell’autore del libro. Più misurato in principio ma da subito con dei tratti di forte originalità, con il succedersi delle edizioni lo stile diverrà sempre più aspro e vivace, infine esagerato, manifestando l’autore in misura crescente e inarrestabile le sue insofferenze ed idiosincrasie, specie verso le credute mode del momento (il danno esistenziale, il trust, la fecondazione assistita, su tutti). Ci incuriosiva e alle volte ci affascinava quel suo atteggiarsi a giurista “non vivente” e quel suo essere – veniva da pensare – “dentro ma fuori dal Palazzo”, come almeno a noi ci sembrava allora, e come forse così sognavamo a nostra volta di diventare, magari un giorno, a sua discreta imitazione […] Più di una generazione di magistrati e notai si sono – è il caso di dire – “formati” su questo libro, così diverso e lontano dagli altri testi che si consigliano nei corsi e che vanno forse adesso per la maggiore, quelli scritti da pratici nei quali convivono generosamente, in una sorta di trinità laica, l’autore del testo, il docente-responsabile del corso, l’estensore della sentenza. Per paradosso, o forse no, mentre il Manuale guadagnava sempre maggiori consensi in funzione della preparazione al concorso in magistratura – non solo quella ordinaria ma anche quella amministrativa e quella contabile – gli strali del suo autore finivano per concentrarsi anche sui magistrati, dopo avere in precedenza dedicato le proprie attenzioni soprattutto all’accademia. I magistrati (ai quali sarà dedicata tanta parte dei suoi “Scritti giuridici minori” del 2016) sono tacciati nell’introduzione all’edizione del Manuale del 2007 di politicizzazione, protagonismo ed esibizionismo; nel loro seno viene isolata la figura del giudice “missionario”, di colui che “infedele alla legge, scrive prima il dispositivo in base alle proprie opinioni pre o extragiuridiche e poi va alla ricerca di una motivazione come che sia”. Non mancano poi nel corpo del manuale riferimenti, a proposito del rifiuto di cure mediche, a giudici monocratici “avventurosi”, portatori di “tesi insensate”, e definizioni di sentenze della Corte di cassazione, in tema di aspettativa dei genitori in caso di lesione o uccisione del figlio, come “cervellotiche”. Il cerchio si sarebbe poi chiuso, almeno idealmente nel suo “percorso” di inarrestabile allontanamento dal main stream, con la critica alla sentenza del Tribunale civile di Milano sul risarcimento del danno per il c.d. Lodo Mondadori, nella lunga contesa tra la Cir di De Benedetti e la Fininvest di Berlusconi, e con l’invocazione che “ci vorrebbe un giudice di un altro pianeta” […] Allora, e anche in seguito, il pregio maggiore che vi ho sempre trovato è quello di allenare i suoi lettori al ragionamento e all’esercizio del diritto di critica. Tornano alla mente le parole di Natalia Ginsburg quando raccomandava di insegnare ai figli non le piccole virtù, ma le grandi, e la sua idea, applicabile anche all’autore di questo libro nel suo prolungato rapporto di “formazione” con i suoi lettori, che l’unica reale possibilità che si ha di riuscire di qualche aiuto agli altri, nella loro ricerca di una vocazione nella vita, sia avere una vocazione noi stessi e non averla attraverso gli anni abbandonata o tradita“.
Non si aggiunge nulla se non che, a quanto pare, l’insegnamento di Gazzoni è molto più di quanto possa sembrare ad un primo sguardo.
