Al tifo non si comanda e la squadra del cuore deve essere seguita sempre anche … in camera di consiglio.
Sì, proprio così, vi racconterò di una partita di Coppa dei Campioni vista in camera di consiglio da un giudice, un avvocato e il pubblico ministero.
Oggi non sarebbe possibile e la partita in camera di consiglio è il segno di tempi passati quando alla serietà si accompagnava la goliardia ma sempre nel rigoroso rispetto dei ruoli e delle funzioni.
Ora il giudice tifoso è in cassazione e quando ci incontriamo e possiamo parlare lontani da orecchie indiscrete ci prendiamo amabilmente in giro perché ci divide la fede calcistica.
Io accesso tifoso del Toro, lui che sventola orgoglioso, ancora oggi, oramai attempato, la fede bianco-nera.
Era un pomeriggio ed era l’ultimo processo fissato, la partita della Juventus sarebbe stata trasmessa su Rai 1, io sapendo della sua fede calcistica avevo prolungato la discussione con perfidia e mi piaceva vederlo sbuffare e controllare l’orologio e parlottare con la cancelliera.
Ricordo che non mi interruppe mai e mantenne un self control non indifferente ma alle mie ultime parole schizzò letteralmente sobbalzando dalla sedia con il fascicolo per ritirarsi in camera di consiglio.
Il tempo trascorreva inesorabile e dopo una buona mezzora, la cancelliera ritornò in aula e disse: “Il giudice vi chiede di entrare in camera di consiglio“.
Io e il pubblico ministero entrammo e trovammo il giudice in camicia davanti ad uno piccolo schermo che esclamò: “Che dite? La vediamo insieme ma il gufo torinista deve stare in silenzio altrimenti mi vendicherò“.
Una sonora risata accompagnò l’invito e bevendo e mangiammo in spensierata allegria seguimmo la partita che vide i Gobbi vincere e dopo il mio assistito essere giudicato con magnanimità.
Altri tempi, altri giudici e altri rapporti tra avvocati e magistrati.
