Il tempo dei morti a giudizio e dei puri epurati: il processo a Papa Formoso (di Vincenzo Giglio)

L’antefatto

Gli ultimi anni del nono secolo dopo Cristo furono parecchio turbolenti per il Papato.

Tra il dicembre dell’882 e il gennaio del 900 salirono al soglio di Pietro ben nove Sommi Pontefici e il loro rapido avvicendamento fu in più di un caso dovuto a eventi tutt’altro che naturali (assassini, incarcerazioni, congiure).

Erano in corso lotte di potere tra gli imperatori carolingi e alcune potenti famiglie nobiliari per il controllo di Roma e dell’intera penisola e il Papato era una roccaforte fondamentale per acquisire il predominio.

In questa cornice si svolsero i tragici fatti che si sta per narrare.

Nell’864 il canonico romano Formoso fu nominato vescovo di Porto, una diocesi che comprendeva il territorio tra la foce del Tevere e Civitavecchia, e a partire da allora fu spesso impiegato in missioni diplomatiche per conto della Santa Sede.

Sul finire dell’872, morto il Papa Adriano II, fu eletto come suo successore Giovanni VIII il quale individuò ben presto Formoso come sostenitore del ramo dell’aristocrazia considerato ostile dal nuovo Pontefice.

Formoso, fiutato il pericolo, fuggì da Roma e finì per riparare in Francia ma fu condannato in contumacia, privato dei voti e scomunicato.

La sua situazione migliorò nell’883 con l’elezione di Papa Marino I che revocò la condanna e lo reinsediò come vescovo di Porto.

Passarono ancora anni, si succedettero altri due Pontefici, finché nell’891 lo stesso Formoso fu eletto Papa.

Nel frattempo, le sorti del conflitto politico erano diventate favorevoli a Guido, duca di Spoleto, che fu incoronato prima re d’Italia e poi imperatore.

Formoso si schierò contro di lui e chiamò in aiuto Arnolfo di Carinzia, re di Germania, il quale la accolse e arrivò in Italia, fermandosi tuttavia a Piacenza.

Questa scelta costò a Formoso la prigionia a Castel Sant’Angelo allorché le truppe di Guido di Spoleto marciarono su Roma per riaffermare il suo predominio.

Arnolfo tornò in Italia, liberò Roma e Formoso, il quale ricambiò nominandolo imperatore al posto di Guido, per poi morire pochi mesi dopo, forse avvelenato.

Il processo post-mortem

A Formoso successe, dopo il brevissimo regno di Bonifacio VI (solo quindici giorni), Papa Stefano VI, rivale antico di Formoso stesso.

Il nuovo pontefice, intenzionato a far pagare all’odiato predecessore le sue scelte politiche che considerava alla stregua di un tradimento, ordinò la riesumazione del suo cadavere che fu rivestito degli indumenti pontifici, trasportato dentro una basilica romana e sistemato su un seggio.

L’accusatore papale lesse alla salma i capi d’accusa contestati e fu dato incarico ad un diacono di rispondere in nome e per conto dell’accusato.

È ignoto come si sia svolto il “dibattimento” e quale spazio sia stato riconosciuto alla difesa.

È certo invece che il cadavere di Formoso fu condannato per l’eternità, ogni atto da lui compiuto in vita durante il suo pontificato fu annullato, la salma fu spogliata dei paramenti e le furono recise le tre dita della mano destra che servivano ad impartire la benedizione.

Come non bastasse, la salma fu trascinata lungo le vie di Roma per poi essere gettata nel Tevere in mezzo agli schiamazzi di una folla di dimensioni impressionanti.

Se questo fu il destino di Papa Formoso da morto, non migliore fu quello da vivo del suo acerrimo rivale Stefano VI il quale fu destituito, incarcerato e strangolato.

Qualche nota di chiusura

Erano tempi bui quelli che fecero da cornice a questa storia.

Noi contemporanei non siamo per fortuna esposti a quella violenza e a quelle brutture.

Eccediamo semmai in senso contrario: allora si riesumò un cadavere pur di poter dimostrare che la presenza dell’accusato era stata assicurata, oggi preferiamo che l’accusato si tenga distante dal processo e abbiamo messo su un robusto armamentario attorno al concetto di imputato assente.

Allora si applicò il concetto della giustizia senza tempo e senza limiti, qui e ora abbiamo subissato di critiche il povero ex ministro Bonafede per avere osato chiudere le porte alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

Una solo cosa è rimasta uguale e ne abbiamo conferme quasi quotidiane: il puro trova sempre un altro più puro che lo epura e questo porta a credere che si tratti di un assioma del diritto naturale.