Magistrati in carcere per “comprendere”: beato chi ci crede (di Riccardo Radi)

L’idea non è nuova ed anche dei magistrati si dicono favorevoli, a parole.

Ricordiamo Bernardo Petralia quando era direttore delle carceri italiane:A ogni magistrato farebbe bene una settimana in carcere” la Repubblica dell’1 gennaio 2022.

 “A ogni magistrato farebbe bene una settimana in carcere” – la Repubblica

Dalle belle parole di inizio anno, che sono rimaste buoni propositi, alla proposta di legge che varie associazioni (Associazione Amici di Sciascia, la Fondazione Enzo Tortora, la Società della Ragione, +Europa), hanno deciso di lanciare.

La proposta a detta dei proponenti è stata pensata nel segno delle battaglie «per una giustizia giusta» di Leonardo Sciascia e di Enzo Tortora.

La proposta, il cui testo completo può essere letto qui, si articola in due semplici previsioni:

che l’attività formativa del magistrato comprenda anche lo studio del diritto penitenziario e della letteratura dedicata al ruolo della Giustizia;
che i magistrati in tirocinio svolgano un’esperienza formativa in carcere di quindici giorni.
La prima previsione vuole arricchire il quadro della formazione del magistrato con lo studio del diritto penitenziario e con esperienze culturali che lo aiutino ad adottare un approccio anche filosofico e umanistico alla delicatissima funzione che si accinge ad esercitare.

La lettura dei testi sciasciani, insieme agli interrogativi sulla giustizia che solleva Enzo Tortora nelle sue lettere dalla prigionia, sono un invito alla riflessione sull’immensa responsabilità che grava su chi si accinge a giudicare.

La seconda previsione si occupa della necessità di effettuare un’esperienza significativa della vita in carcere da parte dei giovani magistrati, sulla scorta dell’esempio di quanto già avviene in Francia.

Accostarsi all’umana sofferenza che accompagna la restrizione della libertà personale serve a ricordare che l’esercizio della funzione giudiziaria non si risolve in un fatto solamente tecnico, abbisognando sempre di adeguata «scienza del cuore umano»”.

Proprio Sciascia scrisse su Il Corriere della Sera il 7 agosto 1983: “Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”.

La proposta di legge verrà presentata il 14 maggio in Parlamento.

Noi di Terzultima non ci facciamo illusioni sarà il solito polverone di bla bla che ci ricorda l’aforisma: “Le sue parole salivano e scendevano come le palle colorate di un giocoliere, e dentro di esse non c’erano il giusto, il vero e il bene, non c’era neanche la coscienza, c’era solo aria“.