L’incredibile caso dell’uomo condannato per omicidio sebbene la presunta vittima fosse viva (di Alessandro Casano)

Nella seduta del 19 febbraio del 1965 la IV commissione Giustizia venne convocata d’urgenza per approvare una nuova legge che modificasse l’istituto della revisione.

L’opinione pubblica ci ha detto che questa riforma è urgente…” tuonò durante i lavori preparatori l’Onorevole Veniero Accreman, “Essa ha reagito impetuosamente di fronte al caso che ha dato occasione a questa proposta di legge. Ha dimostrato che esiste attualmente un divorzio tra la giustizia come il popolo l’intende e la giustizia come viene amministrata. L’opinione pubblica ha fatto suo il grido dell’innocente ed esige una garanzia contro l’ingiustizia”.

Non tutti conoscono lo strano caso giudiziario che portò il Parlamento a discutere e ad approvare, in poco tempo, quella legge.

Il 6 ottobre 1954, ad Avola, in provincia di Siracusa, la moglie del contadino PG si presentò alla stazione dei carabinieri per denunciare la scomparsa del marito che era andato a lavorare nei campi e non aveva più fatto ritorno. I militari si recarono a casa di SG, fratello dello scomparso, per una perquisizione, essendo noto in paese che tra i due non corresse buon sangue, al punto che spesso venivano alle mani.

Nel selciato che conduceva a casa di SG gli inquirenti rinvennero la coppola del fratello e molte tracce di sangue. Gli accertamenti del medico legale stabilirono che il sangue apparteneva allo stesso gruppo di PG e che la vittima aveva perduto oltre due litri e mezzo di liquido ematico.

Anche se il cadavere non venne mai trovato il quantitativo di sangue rinvenuto non lasciava spazio a dubbi e la Corte di assise di Siracusa ritenne certa la morte di PG per mano del fratello SG.

A nulla valsero le deposizioni di due testimoni della difesa che si dissero certi di aver visto lo scomparso ancora vivo e vegeto. I testimoni non vennero creduti e furono, anzi, arrestati e condannati per falsa testimonianza.

SG trascorse in carcere sette anni prima che un giornalista di Catania, improvvisandosi investigatore, riuscisse a ritrovare PG ancora vivo: il presunto “morto”, stanco dei continui litigi, aveva volontariamente deciso di allontanarsi da Avola e di far perdere le proprie tracce.

SG, quindi, si trovava in carcere per un clamoroso errore giudiziario, ma secondo l’ordinamento processuale del tempo non era possibile ottenere la revisione perché si trattava di un’ipotesi non contemplata dal legislatore. Neppure era invocabile un atto di clemenza, la grazia, infatti, è provvedimento riservato ai condannati e non agli innocenti!

Fu così che con legge 481/65 venne modificato l’art.554 cpp e introdotta la possibilità di chiedere la revisione del processo anche nei casi in cui “dopo una condanna per omicidio doloso, preterintenzionale o colposo, sono sopravvenuti o si scoprono nuovi elementi di prova che, soli o uniti a quelli già esaminati, rendono evidente che la morte della persona non si è verificata“.

Per dovere di cronaca andrebbe aggiunto che SG non ricevette alcuna riparazione per l’ingiusta detenzione… ma gli andò comunque bene, solo una ventina d’anni prima l’omicidio aggravato era punito con la pena di morte.