Beniamino Zuncheddu, depositate le motivazioni della revisione: l’assoluzione dell’imputato non può essere piena “perché residuano perplessità sulla sua effettiva estraneità” (di Riccardo Radi)

Come i lettori di Terzultima Fermata sanno bene, ho seguito fin dall’inizio la vicenda umana e giudiziaria di Beniamino Zuncheddu e, lungo la strada complicata e faticosa del giudizio di revisione, me ne sono fatto coinvolgere sempre più intensamente: ero e sono convinto, infatti, che quest’uomo è stato vittima di un errore giudiziario la cui portata e i cui effetti hanno assunto una dimensione smisurata e tragica.

Ho gioito nel momento in cui il presidente del collegio della Corte di appello di Roma ha letto il dispositivo di assoluzione che restituiva Zuncheddu alla libertà e alla libertà ma non poteva certo sfuggirmi il significato del riferimento esplicito al capoverso dell’art. 530 cod. proc. pen.

Un significato che diventa concreto e reale oggi, dopo la lettura delle 73 pagine della motivazione della sentenza che, con il consenso espresso dell’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu, è allegata alla fine del post.

Si apprende così che, secondo la Corte capitolina, l’assoluzione dell’imputato non può essere piena “perché all’esito dell’istruttoria oggi svolta residuano delle perplessità sulla sua effettiva estraneità all’eccidio in discorso, commesso verosimilmente da più di un soggetto, uno dei quali – diversamente da quanto opinato nell’istanza di revisione – non era un cecchino provetto“.

Il pur doveroso rispetto per la sentenza non impedisce di avvertire una certa distanza tra ciò che l’istruttoria dibattimentale sembrerebbe avere messo in evidenza in termini di forzatura di almeno alcune delle attività investigative che portarono alla condanna di Zuncheddu e ciò che implica la tipologia dell’assoluzione prescelta dai giudici d’appello.

Tipologia, quest’ultima, che verosimilmente, ove non revisionata da pronunce successive, impedirebbe in radice la riparazione del danno subito dall’imputato per gli interminabili 33 anni di ingiusta detenzione subiti a causa dell’errore giudiziario di cui è stato vittima. Questo solo oggi mi sento di dire, essendo comunque consapevole che l’avvocato Trogu, cui va la mia stima professionale, continuerà nel suo percorso paziente di ricerca della verità e non si fermerà fino a che non lo avrà completato.