La Direzione nazionale antimafia e il “Grande Vecchio” (di Vincenzo Giglio)

L’edizione de Il Riformista del 13 marzo 2024 ha pubblicato Il fantasma del Grande Vecchio, di Alessandro Barbano (a questo link per la lettura).

È necessaria una premessa a beneficio dei più giovani: l’immagine del Grande Vecchio fu coniata ai tempi del terrorismo brigatista da chi, Bettino Craxi tra questi, considerava probabile che un’eversione così estesa e organizzata come quella alimentata dalle Brigate Rosse fosse il frutto di una strategia unitaria concepita da un leader occulto necessariamente dotato di grande capacità ed altrettanta esperienza.

La teoria ebbe una certa fortuna mediatica e conobbe tutte le declinazioni possibili, finendo per ispirare anche la rivista satirica Il Male che inscenò uno scoop tanto geniale quanto falso, pubblicando la foto di Ugo Tognazzi (ovviamente complice dello scherzo) in manette e titolando a caratteri cubitali che era stato arrestato in quanto capo delle BR.

Da allora in poi il Grande Vecchio ricompare periodicamente qua e là, sempre collegato a scandali pubblici di vasta portata, sempre associato all’idea di trame occulte e di leader potenti che complottano nell’ombra attentando alla nostra ancora giovane democrazia.

L’idea di questo vegliardo votato al male ricorda un po’ il Numero Uno, alias Stravecchio de Vecchionis, capo del gruppo criminale TNT nella serie di Alan Ford, ideato dal grande cartoonist Max Bunker.

Si può adesso tornare all’articolo di Barbano.

Comincia così:

Ma dov’è il Grande Vecchio? E dov’è il mercato delle informazioni riservate? Li ha evocati entrambi il procuratore antimafia Giovanni Melillo nella sua audizione in Parlamento. Li ha indicati in maniera ancora più esplicita il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, adombrando un verminaio e potenze straniere dietro la fuga di notizie, salvo poi annunciare che l’inchiesta è partita tardivamente e in modo maldestro, e che le tracce per risalire ai mandanti occulti del finanziere infedele sembrano essere state cancellate“.

E finisce così:

Pensiamo davvero che la polizia giudiziaria si astenga dal cercare da sé i presunti malfattori nelle piazze digitali, allo stesso modo con cui le volanti pattugliano di notte le strade delle città? Pensiamo davvero che gli accessi in questo labirinto di specchi della democrazia avvengano solo su delega e controllo dell’autorità giudiziaria? Se non usciamo da questa pietosa ipocrisia, non verremo mai a capo di ciò che è accaduto. Ci sono strutture investigative che si muovono random sotto la coltre della vita pubblica e raccolgono informazioni, sviluppano sospetti, attivano indagini. La loro pervasività negli ultimi decenni è aumentata esponenzialmente come riflesso del potenziamento tecnologico. E la loro tendenza a muoversi fuori controllo è tanto più forte quanto più si collocano in una burocrazia pubblica cresciuta oltre i compiti e le ragioni per cui è stata pensata e costruita.
Prendere sul serio questa vicenda vuol dire interrogarsi per la prima volta in maniera seria su che cosa è diventata l’Antimafia nella nostra democrazia, se e in che misura ha adempiuto al suo compito, qual è oggi la sua funzione e quali effetti collaterali produce per la società, che rapporto ha con la crisi della giustizia italiana e quali sono i vantaggi, o piuttosto i rischi, di una sua ulteriore espansione. Una risposta a queste domande è esattamente ciò che i discorsi di Melillo e Cantone in Parlamento rischiano di eludere. Ma è ciò che ha proposto un giurista e intellettuale indipendente come Sabino Cassese, e che noi intendiamo qui rilanciare.

Lo scandalo di questi giorni racconta che il Grande Vecchio altro non è che l’implosione di un sistema, pensato e costruito a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso per combattere un’organizzazione piramidale, innervata nella società, capace di seminare impunemente violenza e morte, un anti-Stato dotato di una sua soggettività politica e di un’autorità avvertita come una minaccia nella comunità, un’interfaccia economica in grado a suo modo di produrre ricchezza criminale e distribuire assistenza, una cultura concorrente, e talvolta egemone, rispetto a quella civile, dotata di miti fondativi, rituali iniziatici e pseudo valori assistiti da una retorica. Nel frattempo la cosiddetta guerra di mafia è finita, la minaccia della criminalità è evoluta in qualcosa di molto diverso dalla cupola di Totò Riina, ma il sistema di contrasto messo in piedi ha continuato a crescere nella burocrazia pubblica seguendo un disegno inattuale e accentuando i limiti che già erano emersi al tempo di Giovanni Falcone. L’Antimafia oggi nella democrazia italiana è un carrozzone autoreferenziale e, per certi versi parassitario, che attraversa la giustizia, la politica, gli apparati dello Stato, le libere professioni e perfino il volontariato, che drena e distribuisce un’immensa quota di risorse pubbliche e private, e che utilizza una retorica emergenziale per legittimare e giustificare la sua ragion d’essere. Con l’aggiunta di un limite che, da un punto di vista strettamente investigativo, rappresenta un marchio d’origine: la procura nazionale non ha un effettivo potere di coordinamento sull’attività delle singole procure […] Che fa una struttura inquisitoria tanto potenzialmente potente, quanto sostanzialmente improduttiva, perché non direttamente coinvolta nelle investigazioni? La risposta ce la dà uno smanettatore professionale come il luogotenente della Finanza P.S. [si inserisce la sigla al posto delle generalità complete indicate nell’articolo, NDR], funzionario di fiducia dei vertici della Direzione nazionale antimafia fino ai giorni dello scandalo. Trasforma l’ufficio in una sorta di servizio segreto «a la page». S’interfaccia con altri poteri della democrazia mediatica e fornisce informazioni a richiesta. Tra i suoi clienti ci sono ovviamente giornalisti, ma non solo. Perché nel circuito ristretto di relazioni che fa la microfisica del potere capitolino si muovono faccendieri e portatori di interessi più diversi, che vanno dalla politica all’impresa, dallo spettacolo allo sport. E c’è soprattutto il ruolo crescente degli apparati di polizia giudiziaria, a cui la tecnologia negli ultimi dieci anni ha messo in mano superpoteri. In quanto tecnocrazie, questi apparati non rispondono a una finalità propriamente ideologia, ma piuttosto a un’ideologia del potere in quanto tale“.

In mezzo le tante argomentazioni che hanno indotto l’autore a una conclusione così eterodossa rispetto alla vulgata prevalente che, pur ammettendo qualche deficit nei controlli interni, difende a spada tratta la DNA e la sua missione istituzionale ed anzi invoca un suo potenziamento che le restituisca un’effettiva centralità nel contrasto alle mafie.

Il contrasto tra le opinioni di Barbano e i difensori della DNA non potrebbe essere più estremo: carrozzone autoreferenziale e parassitario per il primo, irrinunciabile agenzia di intelligence per i secondi.

Su quali elementi oggettivi si può contare al momento per comprendere dove stia la verità?

Attingiamo alla fonte istituzionale più informata, cioè Raffaele Cantone, Procuratore della Repubblica di Perugia, dunque capo dell’ufficio titolare dell’inchiesta sul dossieraggio, ed alle dichiarazioni che costui ha reso nella sua audizione in Commissione Antimafia.

Questi i passaggi più significativi della sua narrativa, riportati pressoché letteralmente (tratti da un reportage dell’agenzia AGI, consultabile a questo link):

  • tra l’1° novembre 2019 e il 24 novembre 2022 il finanziere S.  ha consultato 171 schede di analisi e 6 di approfondimento e digitato i nomi di 1.531 persone fisiche e 74 persone giuridiche. Gli accessi abusivi enucleati ai fini dell’inchiesta sono 800, ma complessivamente superano i 10 mila;
  • non è emerso che S. facesse la bella vita, che avesse disponibilità economiche di un certo tipo, il suo conto corrente, così come quello dei suoi familiari, è stato vivisezionato: al momento non sono emersi elementi tali da far pensare a finalità economiche della sua attività, che pure potrebbero essere nascoste;
  • le indagini vanno avanti e il tema di una eventuale rete di relazioni di S. è da approfondire. Il sospetto e l’idea sono forti, ma serve la prova del mandante. Speriamo di aver qualche colpo di fortuna o anche qualche collaborazione;
  • S. non disse di essere stato autorizzato da L. (il magistrato della DNA suo referente, NdR) ma di aver agito perché quello era il suo modus operandi, per poi riferire a L. delle sue ricerche su Crosetto e sintetizzare in un atto la sua proposta investigativa;
  • nessun attacco da parte nostra alla libertà di stampa, fondamentale in ogni democrazia. Quella che non si tratti di notizie date dalla stampa, ma di attività di informazione commissionate dalla stampa a un ufficiale di polizia giudiziaria è un’ipotesi investigativa in merito alla quale saremmo felici di essere smentiti;
  • i giornalisti oggetto di indagine sono quattro, e non otto come è stato scritto: le altre quattro persone avevano rapporti con S., ma non c’entrano con la stampa. Tre dei quattro giornalisti appartengono allo stesso giornale, i nostri consulenti informatici ci hanno spiegato che è possibile cancellare dati registrati sui device, e noi crediamo che in questo caso la cancellazione ci sia stata: nel telefono di S. abbiamo trovato chat con giornalisti ma senza messaggi”. Non solo, nel pc di S. abbiamo trovato molte email di anni precedenti, ma non quelle attuali.

Informazioni analoghe e ugualmente preoccupate (derivate da un articolo del quotidiano Il Dubbio, a questo link) sono state rese da Giovanni Melillo, successore di Federico Cafiero De Raho alla guida della DNA a partire da giugno 2022.

Di particolare interesse è stata la descrizione delle attività da lui compiute nell’immediatezza del suo insediamento e delle ragioni che le hanno giustificate:

Nel giugno ’22, quando ho assunto anche direttamente la responsabilità delle risorse tecnologiche, dei flussi e della sicurezza dell’ufficio, chiesi all’Ispettorato generale del ministero della Giustizia una ispezione sullo stato dell’informatizzazione e degli applicativi in uso alla Dna: ne emersero un quadro di preoccupante vulnerabilità e tutta una serie di criticità di tipo organizzativo, strutturale e di sicurezza, unite a una generale obsolescenza dei software che esponevano ad attacchi le postazioni dei singoli magistrati, me compreso. Il fatto che avrebbero potuto esserci attacchi non significa che tali attacchi ci siano stati, anzi possiamo escludere che ci siano stati ma questo non può tranquillizzarci […] Posso affermare senza pericolo di essere smentito che proprio per la delicatezza della materia, dal mio primo giorno alla DNAA, ha guidato l’esercizio delle mie responsabilità: mi è apparsa la necessità di disporre sistemi informatici, di regole, procedure e sistemi di controllo per evitare ritardi, contraddizioni nell’attività investigativa ma anche per assicurare sicurezza, trasparenza e correttezza, tracciabilità e controllo ex post delle procedure di trattamento dei dati personali contenuti nelle nostre banche dati. Tutto ciò non toglie nulla alla gravità delle cose in corso di individuazione nell’inchiesta del collega Cantone, che è estrema. Ma è estrema anche la complessità dell’uso delle banche dati“.

Il dr. Melillo ha anche voluto ricordare che, trascorsi solo pochi giorni dal suo insediamento, ha disposto la rotazione del personale “non perché avessi qualche sospetto ma perché c’erano persone che svolgevano le stesse funzioni da decenni“.

Altrettanto interessanti le sue valutazioni sul significato complessivo dei fatti finora emersi:

S. come tutti gli altri addetti alle Sos era appartenente alla Guardia finanza […] Le condotte attribuite al sottotenente S.al di là degli eventuali accertamenti investigativi, mi paiono difficilmente compatibili con logiche di deviazione individuale: è una valutazione mia, ma in passato ho avuto esperienza diretta di dossieraggi abusivi. Non mi pare insomma l’iniziativa di un singolo ufficiale, ipoteticamente infedele: in ogni caso, elemento centrale dell’inchiesta del collega Cantone sarà proprio la definizione della figura e del sistema di relazioni di S.“.

Resta ancora di dire qualcosa sulla disciplina delle segnalazioni di operazioni sospette (SOS) per la cui puntuale descrizione si rinvia ad un report della Banca d’Italia (consultabile a questo link).

In estrema sintesi, il sistema ha come punto di riferimento l’UIF (Unità di informazione finanziaria).

I soggetti individuati dall’art. 35, d. lgs. n. 231/2007, hanno l’obbligo di segnalarle le operazioni che i medesimi “sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo o che comunque i fondi, indipendentemente dalla loro entità, provengano da attività criminosa“.

L’UIF, ricevute tali segnalazioni, le analizza e, secondo la tipologia le trasmette alla DNA o alle autorità di vigilanza.

La DNA, agendo di concerto non solo con l’UIF ma anche con la Guardia di Finanza e con la DIA (Direzione investigativa antimafia) con le quali ha un costante scambio di flussi informativi, ha come suo principale scopo la verifica dell’eventuale attinenza delle SOS a procedimenti penali in corso o di eventuali rischi di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.

L’intero sistema è caratterizzato dall’obbligo della segretezza e dalla previsione di sanzioni penali per la sua violazione.

Contenitori informativi come quello delle SOS devono essere protetti infatti con la massima efficacia per tutelare la segretezza delle attività successive alle segnalazioni, l’incolumità dei segnalanti e la reputazione dei segnalati.

Ora che si dispone di dati un po’ meno grezzi, si possono meglio organizzare le impressioni che è lecito ricavarne:

  • nel periodo 2019-2022 vi sono state migliaia di accessi e acquisizioni di dati che sembrerebbero abusivi in quanto apparentemente non riconducibili ad esigenze funzionali della DNA;
  • tali accessi non sembrerebbero avere prodotto contropartite economiche per il loro autore;
  • sembrerebbe che di tali accessi sia stato informato il magistrato che all’interno della DNA si occupava specificamente delle SOS;
  • sembrerebbe che tali accessi non siano stati oggetto di controlli e di richieste di chiarimento se non a seguito della denuncia sporta dal Ministro Crosetto;
  • sembrerebbe che l’autore degli accessi fosse in contatto con giornalisti ma che il contenuto di quei contatti non sia più rintracciabile per via della possibile cancellazione delle relative comunicazioni;
  • sembrerebbe improbabile che l’autore medesimo abbia agito solitariamente, sembrando al contrario probabile che facesse parte di una rete;
  • è certo che il sistema vigente fino all’estate del 2022 sia stato rivoluzionato dal nuovo capo della DNA con l’introduzione di nuove regole e controlli, con la rotazione del personale, la verifica dei punti deboli delle postazioni informatiche dei magistrati e la richiesta di nuove e più avanzate dotazioni di sicurezza;
  • è certo che, ove le condotte oggetto delle indagini perugine fossero state effettivamente tenute, ad essere corrisponderebbero non solo violazioni della legge penale ma anche danni ai beni giuridici da queste tutelati nei termini sopra illustrati.

Basta tutto questo a legittimare l’impietoso giudizio di Alessandro Barbano per il quale la DNA, o almeno questa DNA con le sue attuali caratteristiche, è un carrozzone la cui unica ragion d’essere sta nella gestione di un potere opaco ed estraneo a necessità e fini propri di uno Stato di diritto?

No, non credo che basti: che le guerre di mafia siano finite, che le stragi siano un ricordo del tempo che fu, non sono questi elementi che possono contraddire la necessità di un’agenzia che analizzi costantemente la fenomenologia mafiosa e disponga delle competenze umane e delle dotazioni tecnologiche indispensabili a tal fine.

Al tempo stesso tuttavia, c’è molto di vero e di allarmante nelle considerazioni di Barbano.

Sono condivisibili quei suoi accenni a strutture investigative che potrebbero muoversi random e fuori controllo, forti di una mole impressionante di dati capaci di trasformare chiunque in un bersaglio solo che così piaccia o convenga.

Fanno pensare le sue riflessioni sui rischi che una situazione del genere potrebbe creare alla nostra democrazia.

E dunque, in conclusione, chi indaga lo faccia in fretta e fino in fondo, chi governa gestisca l’emergenza saggiamente e senza contorsionismi e convenienze di piccolo cabotaggio, chi legifera rifletta bene non solo su eventuali nuovi poteri da attribuire alla DNA ma anche e soprattutto su quali limiti servono per evitare che si trasformi in un Moloch che ingoia sempre nuovi dati all’insegna di una sostanziale irresponsabilità.

Credito fotografico: l’immagine che correda questo post è stata tratta dal sito https://altrimondi.net/negozio-online-fumetti/alan-ford-la-raccolta-delle-storie-del-numero-uno-max-bunker-_/