
Sull’edizione digitale di ieri del quotidiano Il Corriere della Sera nella sezione cronaca è stata pubblicata una mini inchiesta di F. Fiano (consultabile a questo link) sulle condizioni del tribunale di Roma.
Il titolo, “Una giornata in tribunale a Roma: la città fatiscente delle cause. Avvisi a penna, urla e cemento. Fino a 33 udienze per aula. La parola d’ordine è: rinvio“, avvisa accuratamente i lettori di ciò che gli verrà raccontato ma è meglio scorrerlo con attenzione da cima a fondo per avere uno spaccato del modo in cui si amministra giustizia in un ufficio giudiziario della capitale italiana e tra i più grandi d’Europa.
Mi limiterò qui a raccogliere e sottolineare alcune delle immagini più suggestive del percorso guidato offertoci dall’articolista.
Il luogo: inospitale, antiestetico, pareti di cemento armato grezzo a vista, condutture esposte, impressione di fatiscenza generale.
La logistica: 27 aule sparpagliate su mezzanini, piani rialzati, dislivelli.
I tempi di permanenza: impronosticabili.
Carichi di lavoro e gestione dell’arretrato (dati riferiti al 2022): nuove iscrizioni aumentate del 48,5%, definizioni aumentate del 17%, riduzione dell’arretrato dello 0,9%, pendenza a fine anno pari a 22.555 procedimenti (alla fine dell’anno precedente era pari a 22.555).
Indicazioni di orientamento spaziale per gli utenti: poche e spesso fuorvianti.
Avvisi: affissi pressoché ovunque, generalmente redatti a penna o con evidenziatori colorati.
Indicazioni comportamentali: è compresa la prescrizione di indossare un abbigliamento adeguato a pena di divieto di entrare ma proliferano ciabatte, tute in acetato e scollature vertiginose.
Identificazione degli uffici: si nota tuttora una targa “Pretura della Repubblica” sebbene si tratti di un organo abolito dal 1998.
Dotazioni tecnologiche: notati apparecchi telefonici che funzionano con tessere Telecom il che li data a circa un quarto di secolo fa.
L’Amministrazione della giustizia in senso stretto: caratterizzata da tutti i mali, nessuno escluso, che affliggono buona parte degli uffici giudiziari italiani e di cui parliamo ogni giorno attraverso questo blog (anche, e spesso, della specifica situazione capitolina): adempimenti omessi, testi che non si presentano, avvocati di fiducia irreperibili, difensori d’ufficio ignari degli atti dei procedimenti nei quali dovrebbero esercitare la loro funzione, sovraffollamento dei ruoli d’udienza tale da impedire o quantomeno ostacolare qualunque sforzo organizzativo dei giudicanti, rinvii come panacea per ogni disfunzione, una folla variopinta di persone la cui consapevolezza media di ciò che avviene è prossima allo zero.
Questo è quanto emerge dal reportage del Corriere della Sera e suona drammaticamente vero.
Un luogo inospitale, respingente e caotico e un’amministrazione della giustizia in profondo affanno, così profondo da provocare smarrimento in chi dovrebbe attribuire ragioni e torti in tempi ragionevoli e, ancor di più, in chi attende di conoscere il suo destino, che sia accusato o parte offesa.
Possiamo ancora chiamare giustizia quello che avviene nel Tribunale di Roma?

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