
L’approvazione in un ramo del Parlamento del c.d. “emendamento Costa” (con il quale si propone di reintrodurre il divieto di pubblicazione testuale delle ordinanze che applicano una misura coercitiva, abrogato dal 2017) ha suscitato, come era facile prevedere, un nugolo di reazioni, noiose e usurate. Sempre le stesse: si attenta alla libertà di stampa, si vuol rendere la giustizia un ambiente esoterico, la dittatura è dietro l’angolo, incombe il pericolo giallo e via discorrendo. Siccome sono osservazioni che si ripetono da lustri e ormai concetti tipo la verginità cognitiva del giudice e la centralità del dibattimento sono noti anche ai detrattori del giusto processo che semplicemente se ne infischiano, è inutile tornare sulle solite argomentazioni pro o contro un dato regime di pubblicabilità degli atti del procedimento penale; magari è più interessante cercare di individuare altre cause alla base della inveterata prassi di “sparare” gli atti su giornali, siti web e trasmissioni televisive.
Non prima, tuttavia, di permetterci un’osservazione su uno dei tipici temi di dibattito: riassunto e perifrasi conducono facilmente alla mistificazione. E’ vero ma lo stesso si può dire di un “collage” di stralci di atti sapientemente confezionato che però nasconde l’insidia di una apparente fedeltà alla fonte e porta un (falso) marchio di autenticità che lo rende ancor più solidamente ingannevole.
La differenza tra buona e cattiva informazione la fa la professionalità del divulgatore; un sunto ben fatto può essere più completo e attendibile di un raffazzonato (o volutamente parziale) mosaico di brani “originali”. Quanto alla verificabilità della esattezza delle notizie riportate, questa è garantita dalla ostensibilità degli atti di riferimento.
Fatta questa premessa ritiene chi scrive che, malizia informativa a parte, una importante ragione della cattiva abitudine di pubblicare gli atti in forma testuale sia il progressivo abbandono di un istituto fondamentale della lingua: il riassunto. In particolare, del riassunto fatto attraverso il discorso indiretto. Tanto, beninteso, vale per chiunque faccia uso della lingua scritta e debba raccontare qualcosa, non solo i giornalisti. Nel contesto di cui ci si occupa, mondo ed informazione giudiziaria, è fenomeno consolidato.
L’articolo di stampa nel quale si leggono gli atti di indagine è solo l’ultimo passaggio di una sequenza di traslazioni che ha origine, quasi sempre, nella notizia di reato. Il pezzo contiene stralci della ordinanza di custodia cautelare, che a sua volta è densa di virgolettati della richiesta del PM, nella quale sono state trasferite pagine di informative di polizia giudiziaria, a loro volta piene di passaggi di brogliacci, se nelle indagini sono state effettuate intercettazioni, o di verbali di dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti. Una fiera dell’est di branduardesca memoria, nella quale ci si imbatte sovente.
Questo metodo non riguarda solo le ordinanze custodiali: si pensi, per esempio ai decreti di perquisizione del “caso Juventus” alla fine del 2021.
Provvedimenti spesso immani, “monumenti”, come ebbe a definirli Giovanni Canzio in un convegno fiorentino su giustizia penale e informazione giudiziaria alla fine del 2017, la cui tecnica di redazione ne determina un vero e proprio “sviamento funzionale”, sempre citando l’ex primo presidente della Corte di cassazione, producendo altri effetti – la costruzione di un sostegno mediatico-populistico ad una data tesi – oltre a quelli tipici.
Un tempo si virgolettava meno, si sapeva fare miglior uso del riassunto.
Strumento linguistico fondamentale, ci accompagna sin dalla scuola elementare (ora primaria) e non ci abbandona per tutta la vita: una relazione, un racconto, e per quel che qui ci interessa, una denuncia, qualsiasi atto giudiziario nella c.d. parte narrativa o premessa in fatto che dir si voglia, sono, in fin dei conti, un riassunto.
Il discorso indiretto è il modo di riassumere più apprezzato, quello che il docente cerca di formare nell’allievo [“dillo con parole tue” è l’espressione che ci siamo sentiti rivolgere tante volte e con la quale si chiede di mostrare se si è effettivamente compreso qualcosa e si ha la capacità di spiegarlo] e chi svolge professioni nelle quali l’uso della lingua è fondamentale dovrebbe saperlo ben padroneggiare.
E allora come mai questo straripamento, forse sarebbe appropriato dire abuso, del discorso diretto, del “due punti, aperte le virgolette”?
Pigrizia, velocità, tecnologia.
Il discorso indiretto è più impegnativo, essendo una rielaborazione di parola o pensiero (generalmente) altrui. Questo richiede anche più tempo, dunque rallenta lo sviluppo del procedimento e soprattutto è poco compatibile con la frenesia della comunicazione odierna. Infine, mentre prima dell’avvento dei computer la riproduzione di un testo ne comportava comunque la riscrittura, a mano o a macchina, dunque magari la sintesi veniva pure più rapidamente, adesso con il magico “copia e incolla” è questione di secondi.
Virgolettando, il prodotto è pronto più in fretta e con meno sforzo a scapito della qualità. Certo, non è detto che l’uso del discorso diretto, di per sé, produca un risultato peggiore ma non vi è dubbio che oggi è più difficile trovare chi sappia fare un buon riassunto.
Invertire la tendenza è arduo perché, vantaggi tecnologici a parte, di fatto si tratta di migliorare, se non recuperare, la padronanza della lingua che si dovrebbe avere, in misura almeno sufficiente, al termine delle scuole superiori. Se si considera che negli ultimi anni numerosi elaborati scritti di esami di abilitazione professionale o concorsi per laureati hanno suscitato sconcerto per il pessimo italiano espresso ci si può rendere conto delle dimensioni del problema.
Una lacuna scolastica non può essere colmata da un intervento normativo, per quanto questo possa limitarne gli effetti negativi.
E però visto che, lo si ripete, al netto di finalità maligne la girandola dei virgolettati dipende anche dalla incapacità di fare un riassunto, qualcosa bisogna iniziare a fare.
Intanto valorizzare, nei corsi formativi, nelle varie scuole di specializzazione, questo primario e negletto mezzo di analisi, elaborazione ed espressione.
Ciò vale per tutte le categorie interessate ma soprattutto per chi fa cronaca giudiziaria, che ha la nobile funzione e la altrettanto alta responsabilità di fare intendere al lettore comune fatti filtrati dalla procedura penale.
Saper scrivere e fare sintesi è un dono che pochi hanno ma con l’esercizio si può arrivare a risultati dignitosi.
Riassumere, riassumere, riassumere.

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