
L’intervista a Fedez
La stampa italiana ha dato largo risalto alle dichiarazioni fatte da Piercamillo Davigo nella veste di ospite di Fedez e del suo podcast Muschio Selvaggio (qui il link al resoconto che ne ha fatto, tra i tanti, Open online, con in più il video dell’intervista).
Si parlava dei suicidi degli indagati detenuti nel procedimento Mani Pulite e Fedez ha chiesto all’ex magistrato che sensazioni gli avessero suscitato.
Davigo ha tenuto anzitutto a chiarire che “le conseguenze dei delitti ricadono su quelli che li commettono, non su coloro che li scoprono e li reprimono. Perché altrimenti il ragionamento porterebbe a dire: allora non fate le indagini“.
Incalzato da Fedez alla ricerca di qualche traccia di umana pietà nell’intervistato, questi ha aggiunto: “Ma certo che dispiace…Prima di tutto, se uno decide di suicidarsi lo perdi come fonte di informazioni“.
Il senso dell’intervista è tutto in queste due frasi, altro non c’è che valga la pena raccontare.
I dati sui suicidi di Mani Pulite
L’imponenza dell’inchiesta dei PM milanesi si può comprendere solo attraverso i numeri che la caratterizzarono.
Tra le fonti più affidabili vi è un documentario curato da Rai Storia in occasione del ventennale di Mani Pulite e riassunto sul web da Rai News (consultabile a questo link). Questi i numeri: “25400 avvisi di garanzia, 4525 arresti, 1069 politici coinvolti in due anni di indagini solo da parte del pool di Milano, 1300 tra condanne e patteggiamenti definitivi, 430 assoluzioni, 31 suicidi tra il 1992 e il 1994“.
Le tecniche di interrogatorio degli indagati di Mani Pulite
Alcuni dei protagonisti più in vista dell’inchiesta hanno rievocato alcune particolari metodiche utilizzate per l’interrogatorio degli indagati.
Dal versante dei PM è particolarmente ricca e significativa l’aneddotica del Dr. Antonio Di Pietro (chi volesse approfondire l’argomento può leggere A. Di Pietro (a cura di G. Valentini), Intervista su Tangentopoli, Laterza editore, 2000 e può anche ascoltare l’intervista, pubblicata su YouTube e consultabile a questo link, che l’ex PM concesse ad Angelo Zappalà nel corso della terza edizione del festival della criminologia tenutasi a Torino tra il 23 e il 28 ottobre 2018 e l’intervista concessa dallo stesso Dr. Di Pietro alla redazione di Bergamo News, pubblicata il 16 febbraio 2017 su YouTube a questo link).
Si apprende così che era abituale il ricorso al “trucco del faldone”: Di Pietro faceva riempire di cartacce alcuni faldoni e li sistemava sulla sua scrivania così che fosse immediatamente visibile il loro spessore; poi entrava l’indagato da interrogare e al PM bastava accennare al faldone e alla lunga teoria di contestazioni che conteneva; la reazione normale del malcapitato di turno era il crollo.
C’era poi l’interrogatorio cosiddetto multitasking.
In questo caso alla testimonianza del Dr. Di Pietro si aggiunge quella dell’avvocato Ennio Amodio, già allora prestigioso esponente del foro milanese e impegnato come difensore nell’inchiesta.
Il suo ricordo personale, Mani Pulite: una giustizia con l’elmetto, è stato pubblicato in Discrimen, 7 marzo 2022, a questo link.
Eccone uno stralcio significativo: “Ricordo una mattina in Procura, in uno stanzone pieno di una decina di persone accorse spontaneamente per confessare le modalità e gli importi delle tangenti versate a funzionari pubblici. Ciascuno sedeva davanti ad un esponente della polizia giudiziaria che verbalizzava il racconto di imprenditori tremanti e manager ansiosi di vuotare il sacco per scampare alla galera. Un magistrato si muoveva tra i diversi punti di ascolto e verificava gli importi delle mazzette costitutive di reato. E in qualche caso il magistrato esplicitava la sua censura: «Solo duecento milioni di mazzette con il fatturato enorme che ha la sua azienda? Non è credibile: a San Vittore». Ho visto un anziano inquisito invocare stralunato un po’ di pietà: «Il carcere no, dottore, ho detto tutta la verità, mi creda!». Era questa la pratica della territio di medievale memoria. L’indagato doveva capire che collaborare con la giustizia era un dovere sanzionato con il carcere quando la bocca rimaneva troppo cucita. Mi è capitato di assistere un indagato che non riusciva a soddisfare l’esigenza del pubblico ministero. Ed ecco la reazione, come un colpo di frusta: «Lei non sta raccontando tutto quello che sa, se va avanti così sa dove va a finire? A San Vittore, perché il giudice ha già firmato un ordine di custodia in carcere che ora spetta a me eseguire». Una frase pronunciata sventolando un atto che confermava la decisione del giudice“.
La testimonianza di alcuni dei detenuti suicidi
Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, fu tra coloro che, arrestati per Mani Pulite, decisero di togliersi la vita.
Lasciò lettere ai suoi cari per spiegare il suo gesto estremo e lo fece in modo drammaticamente lucido.
Ne riportiamo uno stralcio significativo:
“L’obiettivo di questi magistrati, quelli della Provincia di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi dell’opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”.
Secondo questi magistrati, ad ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e i loro complici intendono mettere le mani. Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’amministrazione pubblica o para-pubblica, ma anche nelle amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti. Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura, psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza testa né anima. Qui dentro ciascuno è abbandonato a se stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività e nell’ignavia; la gente impigrisce, istupidisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la sua propria esercitazione e dimostrazione che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima, o alcune ore prima. Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con la differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia“.
Riflessioni conclusive
Davigo – questa è la novità – si aggrega al fronte assolutamente minoritario di coloro che provano dispiacere per lo sciupio di vite provocato dal carcere e dalle condizioni di vita riservate ai detenuti.
Tuttavia – e questa non è affatto una novità – il suo dispiacere non ha nulla di compassionevole e pietoso nel senso che normalmente si dà a questi aggettivi.
È piuttosto l’amarezza professionale propria dell’investigatore che, fiutata una pista promettente, la vede poi sfumare senza possibilità di recupero.
È l’insoddisfazione di chi, sentendosi capace di ottenere confessioni strabilianti, perde la leva su cui faceva affidamento e non potrà più sollevare il mondo, quantomeno quel mondo così detestato del malaffare.
Una sola piccola soddisfazione lenisce il dispiacere di Davigo e non l’ha nascosta a Fedez: le conseguenze dei delitti – in questo caso quella più estrema, la perdita della vita – ricadono su chi li ha commessi e non certo sui servitori dello Stato che li hanno scoperti e assicurati alla giustizia.
Tanto di cappello, il ragionamento non fa una piega o forse sì, ne fa una, ma assolutamente trascurabile, da non perderci il sonno: i morti suicidi di Mani Pulite non erano condannati in espiazione di pena ma indagati e quindi, a suon di Costituzione, presunti innocenti.
Ma erano in carcere e questo basta a bollarli come colpevoli, altro che storie!

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