
Avvertenza preliminare: l’immagine esemplificativa di un modello di identikit che correda il post è stata ricavata dal sito web istituzionale della Polizia di Stato (a questo link) e non ha ovviamente nulla a che fare con l’identikit di cui si è trattato nell’udienza del processo di revisione riguardante il caso di Zuncheddu.
Ennesimo colpo di scena ieri nell’aula ove si svolge il processo di revisione di Beniamino Zuncheddu.
Parliamo di “caso” perché la vicenda Zuncheddu si arricchisce sempre più di particolari che meriteranno una profonda riflessione per individuare cause e responsabilità, per ora limitiamoci al presente e registriamo che dal “vaso di Pandora” è uscito l’identikit “dimenticato”.
Nel corso del confronto tra il testimone oculare P. e l’ex poliziotto U. quest’ultimo ha tirato fuori dalle sue carte l’identikit dell’autore della strage di Sinnai.
Particolare non secondario: l’identikit è stato fatto dopo pochi giorni dai fatti o almeno così risulterebbe, usiamo il condizionale, dalla documentazione acquisita dalla Corte di appello di Roma.
Usiamo il condizionale perché l’identikit non è mai stato depositato agli atti delle indagini ed è stato nelle mani di U. fino a ieri.
Desta una certa sorpresa che né la Corte di appello né il PG d’udienza abbiano sentito la necessità di chiedere spiegazioni all’ex poliziotto ma intanto pare di poter dire che anche questa novità dell’ultimo minuto potrebbe contribuire alla sconfessione dell’ipotesi d’accusa e della conseguente condanna di Zuncheddu.
Infatti, la ricostruzione del volto operata sulla base dei ricordi del teste P. è datata 14 gennaio 1991 ed è un documento che dimostra in maniera inequivocabile che il teste oculare ha indicato da subito una persona con il volto coperto da una calza da donna e soprattutto senza segni particolari del volto come un “naso adunco” o “aquilino” che non viene menzionato e riportato nell’identikit.
L’identikit raffigura un uomo tra i 25/35 anni, alto 1,80 cm, con ciuffi di capelli che fuoriescono dal collo di colore castano indossante una calza da donna stretta nella parte alta della testa da un nodo.
L’atto in questione non è mai stato depositato agli atti delle indagini e ieri è sembrato un fatto “normale”.
La domanda è chiaramente retorica ma nel corso di una indagine la polizia scientifica esegue un identikit dell’assassino e il documento non viene depositato agli atti perché – questa la spiegazione di U. – “Nessuno mi ha chiesto nulla”.
Un mistero inspiegabile e tale rimarrà data l’assenza di curiosità dell’accusa pubblica e della Corte.
L’inesplicabilità aumenta se si considera che lo stesso investigatore ha inteso depositare in avvio di udienza una dichiarazione autografa ove ribadisce la bontà delle indagini effettuate nel 1991 e la circostanza, di seguito ribadita più volte, che era sua costume professionale informare sempre, comunque e in tempo reale i suoi superiori dell’evolversi delle indagini.
Una cosa è comunque certa e ad essa sì che bisognerà dare una spiegazione: l’identikit traccia un volto che non è quello di Beniamino Zuncheddu.

Poiché non voglio apparire triviale (di una querela non me ne preoccuperei ma mi dispiacerebbe certamente per voi) dirò solo che questo modo di procedere mi pare una chiara presa in giro. Posso?
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Gentile Avvocato Zaina, a chi e a quale modo di procedere si riferisce? Riteniamo utile che lo chiarisca, a vantaggio della piena comprensione dei lettori e anche nostro. Grazie.
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Ha ragione sono stato troppo criptico. Ovviamente mi riferisco agli inquirenti, ed ai magistrati (che li supportano) che, quando si vedono contestati gravi errori, si giustificano adducendo motivazioni offensive per l’intelligenza comune.
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