La storia giudiziaria di Beniamino Zuncheddu potrebbe diventare l’emblema degli errori giudiziari ed è di quelle che dovrebbero essere raccontate e analizzate nelle facoltà di giurisprudenza, nei corsi delle scuole di specializzazione per le professioni legali, nei seminari formativi per i magistrati, dovunque ci sia interesse per le cose della giustizia.
Lo studio del caso dovrebbe partire da una semplice constatazione: la giustizia in pochi più di 8 mesi ha condannato all’ergastolo Beniamino Zuncheddu ed ora la stessa giustizia si è presa 4 anni solo per capire se ha sbagliato.
Beniamino Zuncheddu è stato arrestato nel febbraio del 1991 e la Corte d’assise di Cagliari lo ha condannato all’ergastolo l’8 novembre del 1991 e il 16 giugno del 1992 la Corte d’assise di appello di Cagliari ha confermato la condanna a vita.
In poco più di 16 mesi la vita di un uomo innocente è distrutta per sempre.
Nel marzo del 2022 scrivevamo in perfetta solitudine che la vicenda Beniamino Zuncheddu sarebbe stata “L’errore giudiziario che farà storia”.
Un errore che ha scippato 33 anni di vita a Beniamino Zuncheddu, entrato in carcere a 27 anni ed uscito a 59.
Siamo stati facili profeti perché erano tante le cose che non tornavano e che devono essere ricordate, ma prima di entrare nel merito delle incongruenze processuali non posso non sottolineare i meriti dell’avvocato Mauro Trogu che da sette anni persegue la ricerca della giustizia per Beniamino Zuncheddu.
Diciamo che Mauro Trogu conferma l’aforisma: “Due piatti per la bilancia della giustizia sono pochi. Non ci sono solo il torto e la ragione. Ci sono anche il cuore, la follia, il dolore, l’ingenuità, il sogno, l’utopia”.
Mauro ha dimostrato di avere cuore, perseveranza, professionalità e tanta tanta umiltà che sono i segni distintivi dei grandi avvocati.
Abbiamo seguito con l’avvocato Mauro Trogu tutte le udienze davanti alla Corte di appello di Roma e con Mauro ci siamo più volte confrontati su cosa sarebbe stato meglio fare per accelerare il procedimento di revisione, che risulta pendente da ben 4 anni, davanti alla corte di appello di Roma e che all’inizio si trascinava con rinvii di 6/7 mesi tra una udienza e l’altra.
La decisione di portare fuori dall’aula il procedimento di revisione coinvolgendo l’opinione pubblica e ad agosto la svolta: Mauro Trogu contatta Irene Testa, garante dei diritti dei detenuti in Sardegna, la quale con la perseveranza dei Radicali inizia ad organizzare sit-in davanti ai tribunali di Roma e Cagliari e piano piano si inizia a parlare del caso Beniamino Zuncheddu.
Le udienze subiscono un’accelerazione, oggi vengono fissate con cadenza settimanale e le prossime ci saranno il 30 novembre, il 12 e 19 dicembre con la discussione della revisione, sarà un caso?
Oggi tutti parlano della vicenda Beniamino Zuncheddu, questo è un bene ma bisognerebbe approfondire come si è arrivati a tenere per 33 anni Beniamino Zuncheddu in carcere.
La storia di Beniamino Zuncheddu è di quelle che sarebbe utile diffondere capillarmente perché consente, o meglio impone, di riflettere sui più importanti temi della giustizia penale di oggi e di sempre: l’irriducibile umanità del giudizio a dispetto di chi si danna per dimostrarne la razionalità; l’influenza che vi possono esercitare le componenti emotive di chiunque vi abbia un ruolo qualificato (giudici, parti, testi, esperti); il dubbio e la difficoltà di riconoscerne l’esistenza ed accettarne le conseguenze processuali; la forza magnetica del giudicato e del convincimento di cui è frutto e la ritrosia a rimettere in discussione l’uno e l’altro.
Ognuno di questi aspetti è presente nella vicenda di Zuncheddu con un’ulteriore e drammatica complicazione: quest’uomo è stato in carcere per 33 anni sulla base di una testimonianza che presentava delle incongruenze sin dall’inizio e che non sono state valutate.
Intanto, una prima considerazione, il 12 dicembre la corte di appello di Roma ha previsto un confronto tra i due protagonisti della triste vicenda di Beniamino Zuncheddu.
Il 12 dicembre prossimo in aula della Corte di appello di Roma si sederanno uno di fronte all’altro il teste oculare Pinna e l’ex poliziotto Uda.
Il confronto servirà a dissolvere i residui dubbi sui reali motivi che hanno portato ad accusare, incarcerare e condannare ingiustamente Beniamino Zuncheddu?
Vedremo, noi di Terzultima Fermata ci saremo come sempre.
Intanto ripercorriamo i punti salienti del verosimile errore giudiziario che segnerà la storia della giustizia nel nostro paese.
Beniamino Zuncheddu è stato 33 anni in carcere come l’autore della strage di Sinnai avvenuta nel cagliaritano nel gennaio 1991.
L’autore della strage era una persona che sapeva usare bene le armi.
Beniamino Zuncheddu non aveva alcuna dimestichezza con le armi ed era difficile indicarlo come l’uomo che, con precisione “paramilitare” si è reso responsabile di un’azione “preparata nei minimi dettagli” e “non alla portata di tutti”, i virgolettati sono considerazioni dei giudici nelle sentenze che hanno accompagnato Zuncheddu all’ergastolo.
Chi aveva agito sapeva quanti fossero e dove si trovassero i bersagli, conosceva i luoghi e aveva scelto una posizione agevole per poi colpire con sette fucilate le vittime.
Prima circostanza: Beniamino Zuncheddu ha “una spalla fuori uso dalla nascita” e dunque non avrebbe potuto imbracciare e utilizzare l’arma con la rapidità e sicurezza necessarie, tenuto conto che il killer aveva dovuto agire in pochi minuti.
Seconda circostanza: le condizioni di luce al momento del fatto e la posizione del teste oculare lasciano interdetti sulla reale possibilità che possa aver visto le fattezze dell’assassino.
La scena del crimine è stata ricostruita attentamente dai consulenti della difesa che hanno dimostrato le precarie condizioni di visuale dell’unico testimone. In particolare un colonnello dei carabinieri dell’ufficio tecniche investigative di Velletri ha ricostruito con uno scanner 3D la scena del crimine ed ha dimostrato che il teste nella posizione descritta all’interno dell’ovile non avrebbe mai potuto riconoscere le fattezze di un uomo con le condizioni di luce presenti, anche se l’assassino fosse stato a volto scoperto.
Terza circostanza: nelle 125 pagine della richiesta di revisione, l’ex procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni, oggi a Milano e l’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu, erano convinti e la loro convinzione ha trovato oggi conferma nell’udienza del 31 ottobre 2023 avanti la corte di appello di Roma che l’unico teste abbia dichiarato il falso.
La Procura nella richiesta di revisione aveva puntato il dito contro il sopravvissuto (autore seconda la Procuratrice Generale di una “falsa testimonianza”) e chiama in causa anche un ex sovrintendente di Polizia che avrebbe “sviato le indagini convincendo” Pinna “a dichiarare il falso”: Mario Uda. Questi “forse si era convinto che Zuncheddu fosse colpevole” sulla base di fonti confidenziali e avrebbe “inquinato” le indagini facendo pressioni di vario tipo al teste oculare.
L’inquinamento delle indagini si è concretizzato quando è stata mostrata al testimone la fotografia del pastore di Burcei “in anticipo” rispetto al riconoscimento ufficiale avvenuto circa dopo 40 giorni i fatti davanti al pm.
Se così è, come con fatica ammesso perché messo alle strette da Pinna nel corso del processo di revisione, “l’unica fonte di prova” a carico di Zuncheddu risulta essere “inattendibile” pur rappresentando la “prova regina per la condanna”.
Ricordiamo l’altra incongruenza dell’iniziale versione di Pinna il quale, nell’ambulanza che lo porta in ospedale, dichiara ai carabinieri di non poter riconoscere l’assassino perché “aveva un collant da donna sul volto”; un mese e mezzo dopo aveva cambia versione e sostiene che in realtà l’assassino era a volto scoperto ed identificabile.
Era il 22 febbraio 1991. In quei quaranta giorni il teste ha avuto numerosi colloqui con agenti della Criminalpol. Un palese condizionamento del testimone.
Quarta circostanza: le trascrizioni delle intercettazioni ambientali sull’auto del testimone oculare quando nel febbraio 2020, già avviata la nuova inchiesta a Cagliari, Pinna era stato convocato in Procura generale per ricordare quanto accaduto.
Terminato il colloquio era salito in auto e, intercettato, aveva detto alla moglie, che voleva sapere cosa gli avessero chiesto, di aver “cercato di fare lo scemo” ma che “non fa a fare lo scemo, sono troppo intelligenti…”, “mi volevano far dire che Marieddu (Uda) mi ha fatto vedere la fotografia prima…loro hanno capito che è veramente così, ed è la verità…”, “quello che è successo veramente già l’hanno capito…perché Marieddu mi ha fatto vedere la fotografia prima di Beniamino”. Frasi ritenute eloquenti e alla base del nuovo processo.
Questi i punti salienti della vicenda giudiziaria di Beniamino Zuncheddu, una storia che dimostra quanto la giustizia debba perseguire il dubbio e vagliare con scrupolo le apparenti certezze probatorie.
Il 19 dicembre la sentenza che Beniamino Zuncheddu attenderà da uomo quasi-libero. La corte di appello nel sospendere l’esecuzione della pena ha disposto l’obbligo di dimora nel paese di Burcei, ma con il fardello di aver perso 33 anni della sua vita per la giustizia ingiusta che è sempre dietro l’angolo nelle nostre aule giudiziarie.
Noi ci auguriamo che Beniamino Zuncheddu il 20 dicembre del 2023 inizi un lungo viaggio per il mondo per vedere e conoscere e vivere la sua vita, assaporando la libertà che gli è stata negata.
