
Vari organi di stampa hanno dato notizia in questi giorni di una importante e quanto mai ambiziosa indagine antimafia condotta dalla procura della Repubblica di Milano.
Come è d’uso, le è stato attribuito un nome in codice – Hydra – con esplicito riferimento alla mitologica Idra di Lerna, una sorta di serpente dalle molte teste, tutte capaci di ricrescere se tagliate, che fu allevato da Giunone e posto nella palude di Lerna nell’Argolide, dove poi fu ucciso dal semidio Ercole, figlio di Giove.
Hydra è venuta alla ribalta dopo la diffusione dell’ordinanza cautelare del GIP di Milano che, a fronte di 153 richieste custodiali, ne ha emesse solo 11, rigettandone 142.
Per una descrizione generale dell’inchiesta e delle proposizioni accusatorie che l’hanno sorretta, si può fare riferimento al reportage di C. Giuzzi, “Supermafia degli affari in Lombardia”. La procura di Milano chiede 153 arresti, ma il giudice smonta l’impianto dell’inchiesta, pubblicato ieri dal Corriere della Sera e consultabile a questo link.
Se ne apprende che le indagini sono durate più di tre anni e che gli inquirenti milanesi hanno ritenuto dimostrata la tesi dell’esistenza in Lombardia di un consorzio mafioso, costituito attraverso l’aggregazione di emanazioni delle tre più importanti mafie nazionali, e dunque ndrangheta, cosa nostra e camorra, e dedito a finalità eminentemente affaristiche da realizzare attraverso società in grado di inserirsi in vari e lucrosi business sia formalmente legali (bonus edilizi, fondi Covid per le imprese, gestione di parcheggi ospedalieri, importazione di idrocarburi dall’Africa) sia illegali (estorsioni, traffico di armi e droga).
Per riferimenti più dettagliati alle valutazioni del GIP, si può fare invece riferimento all’articolo di S. Musco, C’è un giudice a Milano: “Vuoi 140 arresti? Portami le prove…”, anch’esso pubblicato ieri dal quotidiano Il Dubbio e consultabile a questo link.
Se ne riporta l’incipit, sufficiente a dar l’idea del suo tono complessivo: “Fatti troppo lontani nel tempo. Condotte non chiare. Reati riconducibili al singolo e non ad una associazione. E soprattutto nessuna prova della forza intimidatoria espressa sul territorio. È un’ordinanza complessa e paradossalmente inusuale quella firmata dal gip di Milano […], che ieri ha negato […] l’arresto di 140 persone. Inusuale perché rappresenta uno dei pochi casi “visibili” di non appiattimento del gip alle richieste della procura, che ha già annunciato ricorso al Riesame. Alla fine le misure cautelari sono scattate “solo” per 11 indagati con le accuse, a vario titolo, di porto d’armi, due estorsioni aggravate dal metodo mafioso, minaccia aggravata, traffico di droga ed evasione fiscale. Ma nulla a che vedere con la presunta joint venture tra mafia, ’ndrangheta e camorra nell’hinterland milanese descritta dalla Dda, che indaga sul punto dal 2019. Secondo l’ipotesi accusatoria, infatti, in Lombardia sarebbe attiva una «confederazione mafiosa» totalmente nuova, che affonderebbe le proprie radici nel tentativo della riorganizzazione della locale di ’ndrangheta di Lonate Pozzolo (Varese), come dichiarato dal pentito […]. Accanto alle ’ndrine ci sarebbero [seguono i nomi delle persone menzionate nell’ordinanza] che, pur nel rispetto dei legami con le cosche d’origine, avrebbero creato una «propria organizzazione», con «un proprio e autonomo programma», «proprie regole e ritorsioni per chi le viola» e che «agisce in modo indipendente rispetto alle singole componenti», capace anche di «contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario». Ma di ciò, secondo il giudice […], non ci sarebbero indizi sufficienti: «Una volta affermata la natura innovativa, addirittura unica nel panorama storico e geografico della nazione, della consorteria in disamina – si legge nelle oltre 2mila pagine di ordinanza -, sarebbe stato onere dell’organo requirente quello di individuare e tipizzare un’autonoma associazione criminale, che mutui il metodo mafioso da stili comportamentali in uso a clan operanti in altre aree geografiche, ciò al fine di accertare che tale associazione si sia radicata in loco con le peculiari connotazioni descritte, acquisendo, in particolare, la forza d’intimidazione richiesta per l’integrazione degli estremi dell’associazione di tipo mafioso». Tale prova, invece, «è nel caso di specie del tutto assente». E sarebbe stato necessario uno «sforzo argomentativo e dimostrativo superiore a quello che emerge dal complesso degli atti di indagine analizzati”.
Sappiamo adesso, sia pure in forma brutalmente sintetica, quale ambito abbia esplorato Hydra, quale tesi abbia sostenuto l’accusa e quale valutazione abbia espresso il giudice al quale è stata indirizzata la domanda cautelare.
A questi fatti seguono le opinioni, intendendo per tali le visuali scelte dai tanti mass-media che hanno riportato la notizia.
Si coglie per questa via, sebbene non sia certo una sorpresa, la divisione nelle due fazioni che siamo ormai abituati a vedere in opera allorché vengano in rilievo grandi inchieste giudiziarie, soprattutto se indirizzate verso ambienti di mafia o cerchie di colletti bianchi, ambienti e cerchie presenti a pieno titolo nell’inchiesta milanese.
Si contrappongono dunque coloro che concedono un’illimitata apertura di credito all’azione antimafia delle procure e coloro che invece sono altrettanto pregiudizialmente diffidenti verso le inchieste che in quell’azione si iscrivono, tanto più se coinvolgono decine o centinaia di individui, se propongono nuove narrazioni del fenomeno mafioso, se teorizzano nuove forme di commistione tra la criminalità organizzata e la cosiddetta società civile.
Questo irriducibile conflitto ha una particolare caratteristica: sebbene non gli siano estranee considerazioni di merito, frutto di un’analisi tecnica dei temi propriamente giuridici del work in progress rappresentato da un’indagine, è tarato assai di più su ragioni ideologiche e lato sensu politiche, a loro volta strettamente dipendenti dall’appartenenza di chi descrive e commenta a un gruppo di interesse piuttosto che ad un altro.
Già la sola titolazione degli articoli che si sono occupati di Hydra è sufficiente a rendere l’idea.
Dell’articolo de Il Dubbio e del suo titolo si è già detto: la sua collocazione sul fronte per così dire garantista è palese e, senza con questo minimamente dubitare dell’autonomia intellettuale della sua autrice, è del tutto conforme al posizionamento del quotidiano in questione, pienamente conforme alla linea tracciata in questi anni e in modo sempre più assertivo e battagliero dall’avvocatura associata penalista raccolta nell’UCPI.
Nello stesso fronte sembra collocarsi Il Foglio con E. Antonucci e il suo “Il flop dei pm antimafia di Milano: 142 arresti respinti su 153 e nessuna cupola mafiosa” (consultabile a questo link).
Al fronte contrapposto sembrano decisamente appartenere: Il Fatto Quotidiano, versione in edicola, che scende in campo con D. Milosa e il suo “Non è mafia”: contro la Procura il gip copia il testo di un avvocato” (consultabile a questo link); Il Manifesto, con M. Di Vito e il suo “A Milano la mafia c’è però manca la cupola” (consultabile a questo link); La Repubblica, con I. Carra, S. De Riccardis, R. Di Raimondo e M. Pisa e il loro “Il sistema delle mafie 2.0 e la stroncatura dell’inchiesta: quel contrasto tra procura e gip che indebolisce l’Antimafia milanese” (consultabile a questo link).
Gli schieramenti sono assai più folti, beninteso, ma gli esempi selezionati dovrebbero bastare a rappresentarli.
Come si diceva, non è possibile alcuna sintesi in presenza di contrapposizioni così forti e ideologizzate ma questa impossibilità impone un pesante prezzo, relegando sullo sfondo temi che dovrebbero invece essere centrali.
È nella consapevolezza comune che le mafie siano in perenne trasformazione, in accordo o addirittura in anticipo rispetto ai mutamenti sociali: è non solo una prerogativa ma anche un dovere delle agenzie pubbliche di contrasto alla criminalità organizzata, in primo luogo le procure con le loro Direzioni distrettuali antimafia, comprendere quelle trasformazioni e perseguirne gli effetti; e tuttavia, sia la comprensione che la reazione, soprattutto se giudiziarie, devono conformarsi alle regole costituzionali e ordinarie del procedimento penale e degli ulteriori strumenti normativi del vasto armamentario antimafia, senza che siano ammesse scorciatoie probatorie ed indebiti vantaggi per l’accusa.
Strategie, attività, regole, limiti, interpretazioni: di questo sarebbe utile parlare perché questi sono gli elementi cruciali.
Eppure, assai più spesso si ha l’impressione di essere ai tempi delle Crociate per la riconquista della Terra Santa: basta un dubbio e si è equiparati immediatamente agli infedeli; oppure, al contrario, basta tentare di comprendere le ragioni che muovono e giustificano l’impegno antimafia di tanti magistrati di valore e si transita in un attimo nella schiera dei servi di chi affossa lo Stato di diritto.
Non la migliore delle condizioni.

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