LGBTQIA+: i “diversi” che spetta a tutti rendere uguali (di Vincenzo Giglio)

Siamo immersi in un’epoca di rapidissime trasformazioni che interessano praticamente ogni ambito umano.

Così rapide da renderne difficile la comprensione e complicato l’adattamento.

Uno di questi ambiti è quello che riguarda complessivamente l’orientamento sessuale degli individui e, ancor prima, la loro identità di genere e il modo in cui la esprimono, anche attraverso la corporeità.

Nasce di conseguenza l’esigenza di identificare ognuna di queste manifestazioni e il primo passo è quello di denominarle.

Si sono diffuse sigle, a loro volta composte da acronimi, allo scopo di indicare nel modo più facile e immediato l’insieme di coloro che si discostano dallo standard dell’eterosessualità e della cisessualità (espressione che indica la corrispondenza tra genere biologico e identità di genere).

La prima è stata LGBT che comprende lesbiche, gay, bisessuali e transessuali e transgender.

Ci si è accorti ben presto che non era sufficiente ed altre iniziali sono state aggiunte: la Q per queer (cioè coloro che non riconoscono il concetto di identità di genere binaria), la I per intersessuali (coloro in cui coesistono caratteri maschili e femminili più o meno intermedi), la A per asessuali (coloro che non provano attrazione sessuale per alcun genere).

L’ultima versione è LGBTQIA+ in cui il segno + è aggiunto per identificare l’insieme di coloro che non rientrano nelle altre categorie come ad esempio le persone gender fluid (coloro che rifiutano di riconoscersi in un’identità definita e definitiva e sono comunque aperti a variare il proprio orientamento sessuale in base al partner disponibile), gender creative (più un metodo che un’attitudine e consiste in una particolare educazione genitoriale che lascia ai figli la libertà di definirsi senza alcuna limitazione imposta dagli stereotipi di genere), non-binarie (coloro che rifiutano lo schema binario maschile-femminile e, a prescindere dal sesso attribuito alla nascita, non riconoscono di appartenere né al genere maschile né al genere femminile), pansessuali (coloro che provano attrazione sessuale verso qualcuno a prescindere dal genere nel quale costui si identifichi e dal sesso al quale appartenga) e demisessuali (persone capaci di provare attrazione sessuale solo nei confronti di partner ai quali sono legate da una forte connessione emotiva e quale che sia il genere e il sesso del partner medesimo).

Abbiamo adesso qualche strumento in più per orientarci.

Sappiamo o possiamo almeno immaginare quanto sia difficile l’accettazione della crescente differenziazione di cui il lungo acronimo LGBTQIA+ è la sintesi.

I giuristi hanno un compito in più: non solo dunque la conoscenza della diversità ma la consapevolezza che l’ordinamento giuridico offre una pluralità di strumenti a sostegno e tutela di chi, a causa di tale diversità, dovesse patire sulla sua pelle la discriminazione, l’isolamento, il dileggio sociale, la violenza.

Segnalo, per chi volesse approfondire questi temi, un eccellente lavoro di P. Caroli, La giurisprudenza penale italiana di fronte alle discriminazioni delle persone LGBTQIA+. Una ricognizione sistematica del diritto vivente, in Sistema Penale, 29 marzo 2023, consultabile a questo link.

In fondo, chi altro è il pratico penalista, quale che sia il suo ruolo, se non il difensore dei valori, dei principi e dei beni giuridici che tengono insieme la comunità?