Avvocati e superstizioni, anche Franco Coppi ha la sua (di Riccardo Radi)

Ogni avvocato, magari non proprio tutti ci sarà qualche avvocato raziocinante, ha la sua superstizione spesso nascosta e tenuta gelosamente segreta perché raccontarla potrebbe far svanire gli effetti “benefici” che in maniera irrazionale ed empirica attribuiamo al gesto, all’oggetto che ci “aiuta” ad esorcizzare la professione.

Anche il più noto dei penalisti ha la sua superstizione che tiene riservatissima come d’altronde tutta la sua vita.

Ho conosciuto il Professor Coppi all’Università La Sapienza nel lontano maggio del 1990, quando ho avuto la fortuna di averlo come correlatore della tesi di laurea.

Proprio grazie al lavoro della tesi il Professore mi propose di frequentare l’istituto come cultore della materia ed ebbi quindi modo di conoscerlo meglio.

A distanza di anni il Professor Coppi ha sempre mantenuto un basso profilo che ne ha fatto un suo segno distintivo del proprio modo di esercitare la professione.

Mai apparso in contesti televisivi, sempre lontano dalla ribalta mediatica, rifugge anche la vita mondana romana e non ha mai mischiato attività professionale e visibilità personale.

Alle lusinghe dei media ha sempre preferito il suo studio dapprima in Via Arno nello splendido quartiere Coppedè ora nelle vicinanze in Viale Bruno Bozzi.

Sarà un caso?

Anche il primo studio si trovava in un posto unico: il cosiddetto quartiere Coppedè è un complesso di edifici situato a Roma nel quartiere Trieste, nell’isolato compreso fra via Tagliamento, via Arno, via Ombrone, via Serchio e via Clitunno.

Pur non essendo propriamente un quartiere, venne così chiamato dallo stesso architetto che lo ha progettato e da cui prende il nome, Gino Coppedè.

Secondo il Professor Coppi il processo non è influenzato o influenzabile dai massmedia se i suoi protagonisti non vogliono e non cedono alle lusinghe della ricerca della facile popolarità.

Dice il Professore: “L’impatto che i mass-media possono avere su un processo dipende esclusivamente dai protagonisti.

Se il giudice, il pubblico ministero, l’avvocato hanno i nervi saldi e sanno fare il loro mestiere, sono perfettamente in grado di gestire anche l’eventuale rapporto con giornali e televisioni.

Quello che conta in un processo è ciò che succede in aula”.

Il suo fastidio per il clamore intorno ai processi è stato manifestato in più occasioni, anche con la rinuncia del mandato.

Celebre il caso di don Pierino Gelmini, il fondatore della comunità Incontro accusato di abusi sessuali: all’ennesima esternazione pubblica del suo assistito, Coppi ha comunicato con un telegramma la rinuncia alla difesa, spiegando che la sua linea di difesa non era compatibile con «l’ingestibilità» dell’assistito.

Il Professore si avvia a compiere 85 anni il prossimo 29 ottobre ed ogni volta che lo incontro ho sempre una latente soggezione, anche ieri in tribunale a Roma all’uscita dall’ascensore, sarà perché ancora ricordo l’incontro davanti ad un negozio di cravatte al quartiere Parioli.

Nell’occasione dopo i convenevoli lo ringraziai per l’esperienza all’Università che mi aveva permesso e con la mia consueta franchezza gli dissi che fresco sposo dovevo concentrarmi sul lavoro che per me era tutto in salita non provenendo da una famiglia di avvocati e non ero in grado di conciliare gli impegni lavorativi con gli impegni all’università.

Il Professore mi ascoltò e con poche parole mi congedò: “La capisco e le auguro di non pentirsene”: a distanza di anni non mi sono pentito e non per rivalsa ma semplicemente perché sono un essere curioso svelo che anche il Professore ha la sua superstizione … una penna Ferrari rossa per scrivere i suoi appunti e annotazioni durante le udienze.

P.S. In realtà anche la scelta delle cravatte è un suo vezzo ma di questo magari scriverò in altra occasione.