Il quotidiano Il Dubbio ha pubblicato ieri un’intervista (a questo link per la lettura) a Stefano Musolino, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria e segretario generale della corrente Magistratura Democratica, storica anima di sinistra dell’associazionismo giudiziario.
Ne vengono fuori analisi e, se le cose hanno un senso, linee programmatiche che meritano di essere sottolineate.
Provo a riassumerle.
- Non è bene che l’Esecutivo, cui segue compatto il Parlamento, intervenga nella dialettica giurisprudenziale, a maggior ragione se lo fa compromettendo o rinnegando indirizzi interpretativi che tutelano in modo equilibrato i diritti degli accusati in sede penale.
- La politica appare succube di quella parte della magistratura antimafia che denuncia il depotenziamento del contrasto alla criminalità organizzata ogni qualvolta emerga una corrente giurisprudenziale attenta alle garanzie. È un fenomeno di puro populismo penale che va contrastato perché altrimenti “i diritti vanno in sofferenza”.
- La centralità dell’armamentario antimafia oscura e ignora forme di criminalità economica e finanziaria che meriterebbero invece una ben maggiore attenzione. La politica offre protezione contro insicurezze sociali più percepite che reali e nel frattempo non pone rimedio ad aggressioni vere di beni primari.
- Si nota una sorta di riflesso automatico che assegna all’inasprimento delle pene una funzione preventiva che non possiede. Si tratta di una tendenza deleteria che, insieme ad altre, crea nei cittadini la falsa aspettativa che i problemi sociali possano essere risolti dalla giustizia.
- Lo scioglimento dei Comuni per mafia impone un duplice pedaggio: pone nel nulla la volontà del corpo elettorale e, ciò che è peggio, è inadeguato al suo scopo dichiarato. L’esperienza di questi anni ha dimostrato che il commissariamento degli enti si è risolto nel peggioramento della qualità della gestione amministrativa e non prodotto alcuna svolta in termini di efficienza e di legalità. Il complesso normativo che lo regola è nato per logiche emergenziali, è ora di ripensarlo.
Queste dunque le dichiarazioni di Musolino e se ne prende atto con piacere.
Il segretario di MD è convinto che esista e sia all’opera un dilagante populismo penale che fonde tendenze politiche e giudiziarie all’insegna dell’assolutezza della battaglia antimafia.
È quello che un coro di autorevoli voci afferma da anni senza che le sue ragioni siano mai state ascoltate e questa indifferenza – sia chiaro – ha caratterizzato maggioranze di destra, di centro e di sinistra.
Quello stesso populismo oscura e tralascia fenomeni di criminalità economica ed imprenditoriale che alterano il mercato e la concorrenza. È vero anche questo, così come è vero che verso gli artefici di tali fenomeni la tolleranza zero è moneta non spendibile e non spesa da alcuna maggioranza politica.
Si aumentano le pene come arma di distrazione di massa. È vero sebbene occorra ricordare che di questa arma si avvale non solo il legislatore ma anche il giudice ogni qualvolta sia convinto che la condotta sulla quale si è pronunciato meriti la cosiddetta pena esemplare.
Lo scioglimento degli enti locali non è servito a nulla. È una verità sotto gli occhi di tutti e ne sono testimoni i cittadini degli enti disciolti. Non solo in quanto destinatari di una sorta di misura di prevenzione di massa che li punisce come corpo elettorale per avere esercitato “malamente” il loro diritto di voto. Ma anche in quanto vittime dell’incapacità gestionale che nella maggior parte dei casi caratterizza le gestioni commissariali.
Fa dunque piacere – lo si ripete – che il segretario di una corrente storica della magistratura ammetta ciò che normalmente si nega.
Farà ancora più piacere se alle dichiarazioni seguiranno comportamenti coerenti e non solo nei proclami associativi ma, soprattutto, nelle stanze degli uffici del pubblico ministero, nelle aule di giustizia e in quelle del Consiglio superiore della magistratura.
Si vedrà.
