Prescrizione non più a rischio col ricorso per cassazione inammissibile? Una proposta di legge spunta all’orizzonte (di Vincenzo Giglio e Riccardo Radi)

In silenzio e senza destare clamore è stata presentata una proposta di legge che potrebbe avere effetti dirompenti ben al di là del suo specifico oggetto.

Alludiamo alla proposta n. 1120 depositata il 26 aprile 2023 presso la Camera da vari deputati (primo firmatario deputato Calderone).

La proposta, allegata alla fine del post, tende a modificare gli articoli 610 e 615 del codice di rito e in tal modo rendere la declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione nel giudizio di cassazione non più condizionata dalla dichiarazione di inammissibilità del ricorso presentato.

Nella relazione illustrativa si legge:

L’istituto dell’inammissibilità del ricorso nel giudizio di cassazione è uno strumento utilizzato nell’ottica del controllo dei flussi, atteso che i ricorsi inammissibili rappresentano oltre il 50 per cento delle sopravvenienze che, a loro volta, sono costituite da circa 50.000 ricorsi l’anno solo nel settore penale.

Per tale ragione è stata istituita una sofisticata struttura processuale, rappresentata dagli uffici spoglio sezionali e dalla speciale sezione per l’esame di tali ricorsi, la cosiddetta «sezione VII penale» prevista dall’articolo 169-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, istituita nel 2001. Tale struttura è finalizzata a «intercettare» detti ricorsi e a inviarli alla sezione VII penale per una trattazione semplificata ai sensi dell’articolo 611 del codice di procedura penale e anche de plano. La citata istanza di efficienza del procedimento penale, tuttavia, non può prevalere sul fondamentale rispetto dei diritti processuali e sostanziali dell’imputato.

Nello specifico, nei casi in cui i motivi di ricorso siano inammissibili, il costante orientamento della Corte di cassazione (si veda, ex multis, la sentenza della Cassazione, terza sezione penale, n. 42942 del 18 ottobre 2019) sacrifica la dovuta pronuncia di estinzione del reato per prescrizione per la mancata formazione di un valido rapporto di impugnazione. In tali casi la Cassazione non si pronuncia e la prescrizione eventualmente maturata dopo la sentenza della corte d’appello rimane priva di effetti: secondo la Suprema Corte nessuno può rilevarla perché un rapporto processuale valido non si è mai instaurato.

Il principio di immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità sancito dall’articolo 129 del codice di procedura penale impone che qualora nel giudizio di cassazione ricorra una causa estintiva del reato, questa debba essere dichiarata con privilegio rispetto alla declaratoria, processuale, di inammissibilità.

Infatti, l’articolo 129 del codice di procedura penale è una disposizione che opera con carattere di pregiudizialità nel corso dell’intero iter processuale e risponde a due funzioni fondamentali: la prima è quella di favorire l’imputato innocente, prevedendo l’obbligo dell’immediata declaratoria di cause di non punibilità «in ogni stato e grado del processo », la seconda è quella di agevolare in ogni caso l’exitus del processo, ove non appaia concretamente realizzabile la pretesa punitiva dello Stato. La disposizione in commento costituisce, a ben vedere, una proiezione del principio di legalità che non può soccombere alle, seppure legittime, istanze deflattive svolte dall’istituto dell’inammissibilità.

Diversamente ragionando, verrebbero vanificate le esigenze di giustizia e di celerità, nonché lo stesso favor rei, consentendo che a carico di un cittadino persistano, oltre il necessario, conseguenze pregiudizievoli, quale certamente è la permanenza di un giudizio. Va, inoltre, precisato che le cause estintive del reato, quale la prescrizione, si conclamano nel momento in cui il procedimento di cognizione non si è ancora estinto, anche se giunto nella fase, prima, della pendenza e, poi, della fissazione del terzo grado di giudizio.

La richiamata interpretazione giurisprudenziale non può superare i princìpi generali di diritto sia di natura sostanziale sia di natura processuale e appare pertanto non condivisibile”.

Sono chiare adesso le finalità perseguite dai proponenti: superare per via legislativa quell’indirizzo roccioso di legittimità, concepito per la prescrizione e ora esteso anche all’improcedibilità ex Cartabia, per il quale l’esito di inammissibilità dei ricorsi per cassazione, implicando la mancata costituzione del rapporto giuridico processuale, impedisce di rilevare la prescrizione o l’improcedibilità maturata nelle more tra l’emissione della sentenza di secondo grado.

La Suprema Corte ha adottato questa soluzione benché non fosse normativamente obbligata e benché si fossero manifestati indirizzi di segno contrario.

Il suo effetto è stato l’auto-attribuzione al giudice di legittimità di un potere illimitato che è stato usato senza risparmio tanto che da anni ben sette ricorsi su dieci sono dichiarati inammissibili.

Non pochi autorevoli studiosi hanno iscritto questa tendenza nel contesto della cosiddetta “giurisprudenza difensiva”, espressione con la quale si designa la sempre più vasta fenomenologia di indirizzi interpretativi che frappongono sempre nuove (e non sempre giustificate) barriere tra la Cassazione e il giudizio.

Ecco dunque la novità e ci sembra importante: una proposta di legge che al di là del suo oggetto immediato tende a ripristinare un equilibrio più corretto tra legislatore e giudice.

Non è che per caso i giudici rimarranno leoni ma torneranno a stare sotto il trono? Siamo curiosi di saperlo.