Droga: non basta il passo svelto per essere condannati (di Riccardo Radi)

Nella pratica quotidiana dei processi per droga il punto determinante di ogni processo è la prova della destinazione allo spaccio o al consumo personale della sostanza stupefacente rinvenuta in possesso dell’imputato.

Spesso assistiamo da parte dei giudicanti a delle vere e proprie contorsioni logico-giuridiche per motivare il proprio personale convincimento che diviene inopinatamente una “massima di esperienza”.

Oggi segnaliamo una di queste “massime di esperienza”: il passo svelto dell’imputato come prova a suo carico.

È servita una sentenza della Suprema Corte, precisamente Cassazione Penale, sez. IV, n. 9699/2022, per chiarire che “È affetta da vizio di motivazione la decisione del giudice di merito che, fondandosi apparentemente su una massima di esperienza, valorizzi in realtà un mero convincimento soggettivo non acquisito al comune sentire”.

Jerome Frank, giudice federale statunitense, ha detto che la giustizia è ciò che il giudice ha mangiato a colazione.

Tesi probabilmente provocatoria ma che comunque consente la conservazione di un discreto margine di prevedibilità (basta sapere cosa ha mangiato il giudice e se corrisponde ai suoi gusti, se gli provochi o no intolleranze o difficoltà digestive, cose così).

Finora tuttavia nessuno ha mai teorizzato che la giustizia è ciò che pare al giudice e basta.

Eppure, la sentenza numero 9699/2022 della cassazione ci dice che qualcuno ha non solo teorizzato ma anche seguito questa strada, senza neanche preoccuparsi di chiederne l’inserimento agli atti del comune sentire.

Non si finisce mai di imparare.