“Ci sono persone che ci assolvono come se avessero il diritto di condannarci”: l’intuizione di Madame Swetchine (di Riccardo Radi)

Sono un lettore onnivoro, mia moglie direbbe compulsivo, e girovagando per bancarelle ho trovato un libretto che mi ha incuriosito.
La copertina riporta la frase “Mi assolvi ma non hai il diritto di condannarmi”.
Una frase che evoca gli anni del terrorismo. Forse è un libretto della stampa alternativa-sovversiva degli anni Settanta e Ottanta di quelle frange extraparlamentari che non riconoscevano l’autorità dello Stato?
Nulla di tutto questo.
Il libercolo è una raccolta di aforismi liberamente tratti dagli scritti di una nobildonna russa che visse a Parigi tra il XVIII e il XIX secolo, il suo nome è Sofja Petrovna Sojmonov Svečin, anche conosciuta come Madame Swetchine.
Chi era questa donna?
Francamente non sapevo della sua esistenza e nella enciclopedia Treccani ho trovato delle risposte alla mia ignoranza: lo scibile umano è infinito o quasi e ignorare l’esistenza di Madame Swetchine non è un delitto o almeno non credo.
Sfogliando le pagine ingiallite e usurate dal tempo sono rimasto folgorato da questa frase: “Ci sono persone che ci assolvono come se avessero il diritto di condannarci”.
Un aforisma che, pur richiamando estremisti di vecchia data o imputati di crimini contro l’umanità che non riconoscono l’autorità delle corti internazionali, è attuale anche nel mondo variopinto dei social dove non passa giorno senza che qualcuno condanni o assolva qualcun altro senza che gli sia stato chiesto di farlo nel vano tentativo di conquistare il proprio quarto d’ora di celebrità.
Senza poi tralasciare il verso folgorante di de André nella sua Canzone di maggio: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
Chissà cosa direbbe oggi Sofja Petrovna Sojmonov Svečin, nata a Mosca nel 1782 e morta a Parigi nel 1857. Sposa diciassettenne, contro voglia, al generale Svečin, assai più attempato di lei, si trasferì a Parigi, dove, ammirata e onorata per le rare virtù del suo intelletto e del suo cuore, e per una modestia veramente esemplare, esercitò intorno a sé, nel suo salotto, frequentato da uomini colti quali Joseph De Maistre, il Montalembert, e da gentildonne austere.
Russa d’origine, francese d’elezione, occupa un posto nella letteratura di Francia per la lingua usata nei suoi scritti moraleggianti, dettati ad edificazione dei suoi amici (editi postumi dal suo esecutore testamentario).
Essi consistono essenzialmente in lettere, riflessioni, pensieri e in qualche trattato (De la vieillesse; De la résignation).
Bibliografia:
Edizioni: M.me Swetchine, Journal de sa conversion, méditations et prières, Parigi 1863; il De Falloux ne pubblicò: la Correspondance col Père Lacordaire, nel 1864, col Tocqueville, nel 1866; le Lettres, in 3 volumi nel 1873; il marchese De la Grange pubblicò sue Nouvelles Lettres nel 1875.
Bibl.: A. de Falloux, M.me de S., sa vie et ses œuvres, Parigi 1860, voll. 2; Baguenault de Duchesse, Le père Lacordaire et M.me S., ivi 1865-72;
A. Pavie, M.me S. intime, ivi 1907; E. Seillière, Le cœur et la raison de Madame S., ivi 1924.