Il monologo di Agrado e il diritto di essere se stessi (Vincenzo Giglio)

Tra i personaggi, tutti indimenticabili, c’è Agrado, una trans interpretata da Antonia San Juan, che, dopo aver fatto vita di strada, lavora come assistente tuttofare nel teatro Huma.

Capita una sera che, per l’indisponibilità di due attrici, lo spettacolo in programma non si possa tenere.

Ecco allora che Agrado sale sul palco e prova a intrattenere gli spettatori con un monologo (chi volesse ascoltarlo, lo trova su Youtube a questo link) la cui grazia sopravanza di gran lunga il crudo realismo della storia raccontata.

Lo spettacolo è sospeso, a chi lo desidera verranno ridati i soldi del biglietto, però, per chi non ha niente di meglio da fare, per una volta che venite a teatro, è un peccato andarvene, se restate prometto d’intrattenervi raccontandovi la storia della mia vita.

Mi chiamano Agrado perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri… oltre che gradevole sono molto autentica.

Guardate che corpo… tutto su misura.

Occhi a mandorla 80 mila.

Naso, 200 buttateli tutti perché l’anno dopo me l’hanno ridotto cosi con una altra bastonata.

Tette, due, perché non sono mica un mostro, però le ho già super ammortizzate.

Silicone.. naso, fronte, zigomi, fianchi e culo. Un litro sta sulle 100 mila, perciò fate voi il conto perché io già l’ho perso.

Limatura della mandibola 75 mila.

Depilazione definitiva col laser, perché le donne vengono dalle scimmie quanto l’uomo, sino a 4 sedute, però se balli il flamenco ce ne vogliono di più è chiaro.

Quello che stavo dicendo è che costa molto essere autentica signora mia… e in questo non bisogna essere tirchie, perché una più è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa.

Agrado ci ricorda questa semplice verità: nessuna etica pubblica può promuovere coattivamente o al contrario demonizzare identità personali perché ognuno ha diritto ad essere se stesso.

Qualcosa di simile diceva anche Lucio Dalla in L’anno che verrà: “E si farà l’amore, ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età“.