L’avvocato non diserta (di Riccardo Radi)

Ognuno di noi ha avuto le sue difese difficili, a fronte di contrasti con l’assistito sulla linea da seguire.

Quando sorgono conflitti di tesi difensive tra avvocato e assistito sorgono complessi problemi di deontologia professionale che sono legati ad imbarazzanti e talvolta paradossali questioni di carattere giudiziario.

Per meglio squadrare il campo dell’indagine è opportuno distinguere due momenti in cui può nascere il contrasto: nella fase delle indagini e nel dibattimento.

Nella fase iniziale ad un difensore è indispensabile, dopo il confronto con il cliente, anzitutto convincere se stesso della validità d’una tesi. Sarebbe un errore, infatti, accettare di sostenere una tesi imposta dall’assistito che si ritiene irragionevole e infondata, perché una difesa compiacente non soltanto rinfrancherebbe nell’imputato una illusione chimerica il che sarebbe poco onesto, ma finirebbe per nuocere alla causa.

Maurizio Di Pietropaolo, un grande avvocato allievo di Cassinelli, scrisse su “Dialectica” numero 1/1966, uno scritto dal titolo “Difese difficili” che Terzultima Fermata propone in estratto ai suoi lettori: “Indubbiamente l’avvocato farà ogni sforzo per convincere il proprio cliente a cambiare opinione, perché il più delle volte il contrasto nasce dal fatto che l’imputato non comprende bene quali siano i limiti e i traguardi utili alla propria difesa.

Nel caso estremo, però, in cui l’imputato si opponga in maniera decisa a che il suo difensore patrocini la causa secondo la propria direttiva, non resterà che declinare il mandato.

L’indipendenza dal cliente è per un avvocato la prima condizione per mantenere la sua dignità morale ed intellettuale.

Ma se un disaccordo si verifica nel corso del dibattimento?

Spesso in materia penale la difesa s’impone come una creazione istantanea, perché l’imprevisto è una regola costante di ogni processo che polarizza tutte le trepidazioni del difensore.

La impostazione iniziale d’una tesi può modificarsi completamente nel corso dell’udienza: una testimonianza inattesa o che si scolora in senso negativo per il sistema difensivo, la contraddizione d’un testimone che fa perdere ogni valore ad un argomento che si credeva decisivo, un punto fermo dell’istruttoria che diviene una vaga e approssimativa probabilità rovesciando le conclusioni.

In tal caso la questione si complica determinando situazioni di grande difficoltà, anche sotto il profilo tecnico oltre per quello deontologico.

… a questo punto Di Pietropaolo richiama il processo detto “del bitter” dove l’imputato sempre dichiaratosi innocente viene in dibattimento inchiodato da una testimonianza inattesa e a quel punto i suoi difensori dopo essersi consultati con l’assistito che ribadì la sua innocenza sostennero in “linea principale l’innocenza e in subordine tutte le circostanze attenuanti della pena.

Da più parti si levarono delle critiche. Sembrava paradossale, infatti, che le tesi difensive prospettassero due volti dello stesso imputato, uno dell’innocente l’altro del colpevole meritevole di attenuanti.

Ma che potevano fare di diverso i difensori?

Abbandonare la toga?

Pochi diranno di sì.

I più risponderanno che un avvocato, anche se durante l’udienza si troverà in aperto conflitto con il proprio assistito, non potrà abbandonare la difesa”.

L’avvocato Henri Robert, presidente dell’Ordine di Parigi negli anni 1913-1919, sosteneva che declinare il mandato in questo caso equivale ad una diserzione.

Henri Robert fu stimato come uno dei migliori avvocati d’assise della sua generazione per le sue capacità oratorie e tale fu la sua fama che gli valse il soprannome di “Maestro dei maestri di tutti gli ordini“.