Difesa d’ufficio: sacrosanta la retribuzione ma qualche volta costosa oltre il giusto (di Riccardo Radi)

Le storie che racconterò riguardano il diritto alla retribuzione del difensore di ufficio e il rischio di una deriva che coinvolge tutta la categoria degli avvocati.

Premesso che il difensore di ufficio svolge un ruolo fondamentale e personalmente conosco centinaia di colleghi che svolgono con dedizione e scrupolo la difesa, mi permetto solo di segnalare delle storture in ordine al diritto alla retribuzione.

A chi non è capitato di “bucare” una udienza?

Alle volte consapevolmente altre per improvvisi contrattempi.

Nel caso che vi racconto è stata una mia scelta, il processo era abbondantemente prescritto e lo stesso giudice nel disporre il rinvio aveva premesso: “Avvocato non citi i suoi testi, lo rinvio a settembre e prenderemo atto della prescrizione”.

Quel giorno avevo altri processi e, ripeto, per mia colpevole scelta non mi sono presentato “tanto era prescritto”.

Bene, trascorre una settimana e ricevo una pec da un “collega” che mi informa di avermi sostituito ai sensi “dell’articolo 97 comma 4 c.p.p.” e mi chiede di essere “retribuito”.

Rimango costernato, vi assicuro che nella mia vita professionale mi è capitato spessissimo di sostituire colleghi, anche nominato all’istante dal giudice e mai ho richiesto denari a chicchessia, anche dopo aver fatto istruttorie ed aver concluso il processo.

Alzo il telefono e chiamo il collega speranzoso che lo spirito di colleganza e la comprensione di essersi limitato a dire “mi rimetto” avrebbe sortito un pacato ragionamento sul diritto alla “retribuzione” dovuta.

Per pudore vi risparmio il contenuto della telefonata e dopo essermi imbufalito ed aver attaccato il telefono bruscamente ho riflettuto e mi sono sentito svilito quasi mortificato di credere ancora che esista tra di noi uno spirito di colleganza.

Naturalmente ho pagato perché formalmente ho sbagliato io.

L’altra storia è sicuramente umanamente più triste perché riguarda una persona che non c’è più, una brava persona e gran lavoratore che una leucemia fulminante ha portato via all’età di quarant’anni.

Lo chiamerò con le sue iniziali O.F. e la vicenda inizia mentre era alla guida della sua auto a velocità bassissima quando una signora inizia ad urlare di essere stata urtata e fatta cadere, O.F. non si rende conto di nulla e prosegue per la sua strada.

La signora annota la targa e presenta una denuncia e O.F. si ritrova a giudizio per omissione di soccorso con l’assistenza di un difensore di ufficio.

Il difensore di ufficio non cerca O.F. e tantomeno quest’ultimo cerca il difensore d’ufficio perché nel suo semplicistico ragionamento non ha fatto nulla e la signora si è inventata tutto; perché preoccuparsi?

In effetti O.F. ha ragione e lo stesso giudice scrive in sentenza “sono assenti quegli elementi descrittivi minimi della condotta da questo ultimo tenuta che avrebbe determinato, secondo la versione della parte lesa, l’incidente stradale. Ed in effetti quanto riferito dal teste oculare … crea profondi dubbi in ordine non solo alla dinamica dell’incidente e alle sue conseguenze lesive, ma anche alla percezione stessa da parte dell’imputato” e quindi assolve O.F. perché il fatto non sussiste.

Tutto bene quello che finisce bene direte voi, in realtà a questo punto il difensore di ufficio legittimamente cerca O.F e chiede di ricevere la “retribuzione” che è pari ad euro 2.766,97.

O.F. non capisce che deve pagare e trascura la richiesta e dopo poco tempo riceve l’atto di pignoramento immobiliare per euro 5.187,50.

Solo ora si rivolge ad un avvocato ma è tutto inutile perché il difensore di ufficio è irremovibile: il suo compenso è intangibile, non ci sono margini di trattativa, la “difesa tecnica” deve essere pagata.

Giusto, giustissimo, e qualsiasi mio tentativo di limare la richiesta e addivenire ad un pagamento rateale ha trovato un fermo rifiuto, anche il tentativo di far notare che il procedimento si era svolto in due udienze e l’impegno effettivo era stato “minimo” come emergeva dal verbale.

Non solo lo stesso pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e la difesa si era “associata”.

Nulla da fare, il quantum è quello, O.F. non può pagare tutto subito, la malattia richiede cure e gli impedisce di lavorare (O.F. non ha un lavoro regolare e non ha alcuna copertura assicurativa).

Quindi devo optare per un versamento di un acconto e procedere alla richiesta di conversione del pignoramento.

La richiesta di conversione è stata accolta e si è iniziato il pagamento le rate determinate dal giudice dell’esecuzione, peccato che la leucemia si è portato via O.F. ed ora pagano i suoi eredi che mi continuano a dire perché dobbiamo pagare se nostro padre non aveva fatto nulla per ritrovarsi processato?

Sono due storie minime che però rilevano una stortura di fondo del sistema delle difese di ufficio che, alle volte, determina un diritto alla retribuzione per una attività professionale che si risolve in un impegno intellettualmente minimo e (alle volte) di mera presenza.