È stato da poco pubblicato un articolo su quello che viene definito “un vero e proprio mistero irrisolto” (G. Pecorella, Lettera a un Pubblico ministero, in DisCrimen, 20 aprile 2023, a questo link).
L’Autore lo ha concepito nella forma di una lettera rivolta ad un PM al quale chiede chi o cosa rappresenti.
Lo chiede anche a se stesso in realtà, elencando le varie possibilità e finendo per escluderle tutte.
La giustizia? No, spetta al giudice, ed anche ad ammettere che il PM possa contribuire a raggiungerla, il suo ruolo sarebbe solo quello di una parte che contribuisce al contraddittorio e non ci sarebbe alcuna distinzione con quello della difesa.
L’interesse dello Stato ad esercitare il suo diritto punitivo? La risposta potrebbe essere positiva solo a condizione di individuare quale tra i tre poteri statuali fondamentali sarebbe rappresentato dal PM. Il legislativo? Certo che no. Il giudiziario? Neanche, perché nel processo il suo unico rappresentante è il giudice. L’esecutivo? Nemmeno, per difetto di qualsiasi legame istituzionale tra questo potere e le Procure della Repubblica.
Se stesso? O, più precisamente, se stesso in quanto “titolare di quell’interesse pubblico all’ordine e alla pace sociale che il processo penale dovrebbe garantire accertando le responsabilità individuali“? Nemmeno questo è possibile, non ancora. Lo sarebbe invece se l’Esecutivo, già ora responsabile delle scelte di politica criminale, potesse affiancare a questa sua funzione anche la prerogativa di essere presente nel processo e di farlo attraverso il PM che assumerebbe in modo trasparente la sua rappresentanza.
Chiusa questa prima parte, la lettera di Pecorella si sposta su un altro piano: non più il mistero del PM ma il mistero di fronte al PM, cioè l’essere umano sotto accusa.
L’Autore continua a fare domande: il PM conosce l’atto da cui scaturisce l’accusa ma conosce anche chi ha compiuto quell’atto? Come gli è possibile procedere per un atto e portare davanti al giudice un uomo che è molto più di un suo singolo atto? Non dovrebbe conoscere l’uomo assai più che il suo atto?
Pecorella vorrebbe avere tutte queste risposte ma è facile prevedere che non le avrà.
In parte perché i PM sono abituati a fare domande e non è compito loro dare risposte.
In parte – ed è la parte più importante – perché l’Autore non ha fatto le due domande che sarebbero state decisive, sempre che l’interrogato avesse tempo e voglia di rispondere e non è affatto scontato.
La prima doveva servire ad offrire un’altra possibilità al PM chiamato a definirsi e la si può concepire così (rispettando lo stile dell’Autore): “Signor Pubblico ministero, per caso Lei rappresenta solo se stesso senza alcun potere alle spalle perché le basta il Suo e non Le serve affatto passare sotto l’Esecutivo?“.
Un PM in vena di sincerità avrebbe risposto che sì, che quando esercita la sua funzione l’unico spirito guida che lo ispira è la sua personale visione del mondo e di ciò che è giusto e sbagliato.
Quello stesso PM, se gli fosse ulteriormente chiesto di giustificare questa risposta apparentemente eterodossa se non addirittura eversiva, avrebbe buon gioco nel definirsi devoto seguace dell’imperativo categorico kantiano ed è per questo, solo per questo, che agisce sempre e soltanto nel rispetto di quella massima che può legittimamente desiderare diventi una legge universale.
Giunti a questo punto, la situazione verosimilmente si rovescerebbe e l’interrogato si trasformerebbe in interrogante. Chiederebbe quindi all’incauto Autore: “posto che sono convinto della perfetta bontà della mia volontà, faccio forse male a trasformarla in legislazione universale? Se la Sua risposta è sì, e non vedo come possa essere no, perché mai dovrei avere bisogno dell’Esecutivo?” C’è da scommettere che seguirebbe una scena muta.
La seconda domanda non fatta dall’Autore non avrebbe avuto un esito migliore se fosse stata fatta.
È questa: “Mi dica, Signor Pubblico ministero, a Lei importa dell’uomo?“.
UN PM gentile, intenzionato a non mettere in imbarazzo l’interlocutore, si limiterebbe a rispondere “no, per nulla“.
Un PM spocchioso, desideroso invece di trionfare dialetticamente, avrebbe risposto così: “non mi è necessario comprendere l’uomo perché l’atto basta a definirlo: se l’atto è un furto, l’uomo è un ladro, il resto è trastullo per intellettuali oziosi“.
E avrebbe aggiunto: “sia chiaro che questo lo so da me, dell’Esecutivo in affiancamento non so che farmene“.
Per poi concludere: “io ho il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. Lei e l’Esecutivo che avete?“.
