Si apprende da varie fonti giornalistiche (qui il link al servizio, tra i tanti, del quotidiano Il Corriere della Sera, sezione di Roma) che, a seguito di interlocuzioni tra la Procura della Repubblica di Perugia e il collegio difensivo dell’ex magistrato Luca Palamara, la prima si è determinata a riqualificare l’accusa nei confronti del secondo (non più corruzione ma il meno grave reato di traffico di influenze).
La nuova imputazione è tale da consentire il patteggiamento, per di più con l’applicazione di una pena piuttosto bassa, e accusa e difesa sembrano concordare su questo esito, sia pure con differenti motivazioni.
Quella della Procura perugina, espressa in un comunicato del suo capo (ne parla Umbria24, a questo link), sta nell’opportunità di definire non solo il processo pendente in dibattimento ma anche quello appena avviato in udienza preliminare a carico dello stesso Palamara, anche in questo caso accusato di corruzione. Spiega il procuratore Cantone che la soluzione concordata con i difensori è nello spirito della riforma Cartabia nel senso che consente di definire rapidamente due procedimenti che diversamente avrebbero impegnato per anni PM e giudici perugini. Aggiunge che la derubricazione salvaguarda e valorizza comunque i risultati investigativi ed è in linea con i più aggiornati orientamenti interpretativi della Corte di cassazione che hanno innalzato la soglia probatoria necessaria per il riconoscimento della responsabilità per fatti corruttivi.
L’imputato, dal canto suo, ha dichiarato di voler accedere ai riti alternativi ma senza che questa scelta implichi alcuna ammissione di responsabilità. L’intento è, piuttosto, quello di liberarsi del pesante fardello dei processi ed avere così la libertà di disporre del tempo e delle energie per combattere una battaglia di verità a favore di una giustizia giusta.
Fin qui le parti.
Adesso bisognerà attendere l’udienza del 16 maggio alla quale il Tribunale perugino ha rinviato il processo principale per sapere se avallerà la soluzione prospettata da accusa e difesa oppure no.
Mentre si attende si possono comunque fare alcune piccole riflessioni ed hanno tutte a che fare con accadimenti non certo frequenti nelle prassi giudiziarie.
Il primo: il manifesto accusatorio imbastito dalla Procura perugina nei confronti di Luca Palamara è stato mutato più e più volte negli anni.
Il secondo: soprattutto nella fase iniziale furono mosse accuse almeno in parte frettolose; si ricorda tra queste l’accusa al Palamara di essersi impegnato per favorire la nomina di Giancarlo Longo, allora sostituto procuratore a Siracusa, alla guida della Procura di Gela, e di essere arrivato ad un passo dalla meta, bloccato solo da un veto che avrebbe opposto il Capo dello Stato nella sua veste di presidente del CSM; questo ipotetico scenario confliggeva tuttavia con ciò che accadde realmente, posto che a giugno del 2016 il CSM, con voto unanime, nominò Ferdinando Asaro capo della Procura gelese, recependo la votazione altrettanto unanime della commissione consiliare per gli incarichi direttivi (si legga, per la descrizione della vicenda, V. Giglio, Il CSM e la difficilissima stagione dell’autogoverno della magistratura, in Filodiritto, 12 giugno 2019, paragrafo 2.3.1, a questo link); si trattava di fatti verificabili facilmente e documentalmente ma questo non impedì di inserirli tra le contestazioni iniziali a Palamara.
Il terzo: è lodevole l’intento del Procuratore Cantone di agevolare la rapida definizione dei procedimenti a carico del Dr. Palamara in omaggio allo spirito della riforma Cartabia e in ossequio alle indicazioni interpretative della Corte di cassazione; e tuttavia, la ragionevole durata dei processi era un principio costituzionale ben prima della Cartabia e l’indirizzo di legittimità citato dal Dr. Cantone a sostegno della bontà della riqualificazione dell’imputazione è quello espresso dalla sesta sezione penale della Cassazione nella sentenza n. 40518/2021 emessa a luglio del 2021, quasi due anni fa.
Il quarto: è ugualmente lodevole la propensione alla collaborazione con la difesa dimostrata con i fatti dal Procuratore Cantone in questa fase probabilmente finale del giudizio; è noto tuttavia che fin dall’avvio delle indagini il collegio difensivo abbia contestato vivacemente le proposizioni accusatorie e chiesto ripetutamente la presa in considerazione di prospettive e visuali diverse; è naturale chiedersi perché ora si può e prima no.
Il quinto: quando si ebbe la prima notizia dell’indagine a carico del Dr. Palamara – era la fine di maggio del 2019 e procedeva a quel tempo la Procura di Roma che poi avrebbe trasmesso gli atti a Perugia – l’impressione era che si stava per assistere alla madre di tutti i processi e certo nessuno avrebbe scommesso un euro sulla definizione della vicenda con un banalissimo patteggiamento.
Il sesto e ultimo: ancora oggi, per la verità ad assetto altamente variabile, gli echi (leggasi le intercettazioni) del procedimento a carico di Palamara continuano a propagarsi all’interno del CSM, ora sul piano disciplinare, ora su quello del conferimento degli incarichi direttivi; se questa doppia prospettiva aveva senso a fronte dell’imponente manifesto accusatorio iniziale, al punto da giustificare vivaci critiche alla scelta della Procure generale presso la Cassazione di non perseguire le condotte di petulante autopromozione presso il Dr. Palamara dei magistrati a caccia di incarichi direttivi per sé o altri, oggi, al contrario, si resta un po’ smarriti e ci si chiede se si è stati troppo cattivi e critici verso la classe magistratuale e se tutti i rivolgimenti anche istituzionali verificatisi medio tempore (ivi compresa la riforma del CSM) per via del cosiddetto scandalo Palamara fossero giustificati oppure no. Senza poi contare – ma di questo aspetto, c’è da scommettere, si parlerà ancora – quello che adesso è lecito definire lo straordinario e quasi esclusivo accanimento contro il “mostro” Palamara, accusato di tutto, fatto fuori da tutto, capro espiatorio per tutti. Eravamo stati spinti a credere di essere al cospetto di un’anima nera ma a quale anima nera si permetterebbe di patteggiare un anno di reclusione?
Si attribuisce a Karl Marx una frase di indubbia verità: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa“.
L’epilogo (e potrebbe non essere ancora tale) della parabola umana e giudiziaria di Luca Palamara potrebbe essere l’ennesima dimostrazione di quella verità.
