Quanto “valgono” le mafie? Il “fatturato” del crimine organizzato (di Vincenzo Giglio)

Premessa e avvertenze

Periodicamente saltano fuori stime di varia fonte e di diversa natura sul peso economico del crimine organizzato.

Le difficoltà di stimare un mondo la cui priorità è sfuggire alle misurazioni di qualunque tipo, in testa quelle pubbliche, fanno sì che tali stime siano anche assai distanti tra loro ma una conclusione è comunque condivisa: il fatturato e gli utili delle mafie sono così alti da rendere giustificato il loro apprezzamento in termini di percentuali del PIL italiano.

Nondimeno, provare si può.

Io ci ho provato ed ecco i risultati, tratti in buona parte da V. Giglio, Criminalità organizzata e responsabilità degli enti: una storia sbagliata, in Sistema 231, n. 1/2020, novembre 2020, Filodiritto Editore.

La nozione di criminalità organizzata

Sono disponibili plurime fonti, normative, giurisprudenziali e dottrinarie, ove si voglia definire in modo sufficientemente accurato l’espressione “criminalità organizzata”.

Il paradigma normativo, facilmente identificabile nella struttura essenziale dell’associazione a delinquere (tre o più persone associate per commettere una pluralità di delitti), trova ulteriore specificazione nell’associazione mafiosa, in particolare nella sua necessaria finalizzazione all’acquisizione della gestione o del controllo di attività economiche da cui trarre profitti o vantaggi ingiusti.

La presa d’atto delle più frequenti proiezioni del crimine organizzato, unitamente all’opportunità di accentrare presso un ufficio specializzato del pubblico ministero la competenza alla trattazione dei relativi procedimenti, hanno generato i commi 3-bis e 3-quater dell’art. 51 cod. proc. pen. che delimitano l’area della competenza funzionale delle direzioni distrettuali antimafia.

Per la stessa ragione l’elenco dei delitti menzionati specificamente nel testo dell’art. 24-ter coincide in buona parte con l’ambito di quei due commi.

Sempre alla stessa fonte normativa si sono ispirate le sezioni unite penali della Cassazione allorché, con la notissima sentenza Scurato[1], hanno delimitato l’area dei delitti di criminalità organizzata, includendovi tutte le fattispecie comprese nei commi 3-bis e 3-quater e tutti gli altri delitti “comunque facenti capo ad un’associazione a delinquere”.

È a questo punto ragionevole affermare che nella visione del legislatore l’espressione criminalità organizzata è riferibile a fenomeni criminali caratterizzati dall’esistenza di un organismo pluripersonale, stabile e organizzato quanto basta per programmare il compimento di una pluralità indeterminata di delitti ed il cui scopo ultimo sia l’acquisizione diretta o indiretta di vantaggi di rilievo economico.

I profitti del crimine organizzato: l’economia non osservata (sommersa e illegale)

Si prendono a prestito, come indispensabile premessa di questo approfondimento, alcune considerazioni espresse dall’economista e statistico Guido Rey nell’introduzione ad una ricerca collettiva sulla mafia come soggetto imprenditoriale[2]: In generale, le informazioni e le statistiche sull’economia criminale fornite da indagini estemporanee si qualificano per la loro inaffidabilità. Sovente trascurano di definire in modo esauriente e corretto le fonti dei dati, le metodologie, le norme di riferimento, l’errore atteso, i sistemi di controllo dei risultati, la qualificazione e la quantificazione dei soggetti coinvolti, la loro localizzazione operativa, la specificazione dei ruoli e le attività nelle quali opera la criminalità organizzata […] L’insieme delle attività criminali e di quelle legali-criminali confluisce nel giro d’affari, nel profitto e quindi nel patrimonio delle organizzazioni criminali. Non mancano le più svariate, cervellotiche e in ogni caso incontrollabili e indefinite stime della dimensione monetaria e finanziaria dell’economia criminale. In molti casi, non è definito l’oggetto della stima: produzione, fatturato, valore aggiunto, profitto, ecc. A volte si trascura di evidenziare eventuali duplicazioni poiché numerose informazioni sulle attività economiche criminali, oppure da queste derivate, sono incorporate nelle attività economiche legali”.

Merita ugualmente di essere segnalata l’opinione, fondata su argomenti differenti ma complementari a quelli di Rey, di Costantino Visconti[3]: “Se si intende affrontare con spirito riformistico il tema delle strategie di contrasto alla criminalità in generale, e di quella mafiosa in particolare, occorre preliminarmente fare i conti con un problema che pesa come un macigno sulla stessa possibilità di sviluppare i prolegomeni di un discorso razionale. Approcci “scientifici”, cioè fondati su conoscenze scientifiche di tipo specialistico, su analisi metodologicamente rigorose e ove possibile basati su ricerche empiriche, rischiano di andare “controvento” e rimanere per lo più inascoltati nel circuito mediatico, con il conseguente effetto di avere scarsa audience anche presso i decisori istituzionali”.

Alle condivisibili considerazioni di Rey e Visconti si sommano ulteriori ostacoli.

Sono fin troppo ovvie infatti le difficoltà insite in una misurazione che i produttori dei profitti provano ad ostacolare con ogni schermo possibile.

È anche scontato che il valore di alcune delle voci che sarebbe opportuno inserire nella misurazione sia troppo vago ed elastico per essere utilmente stimato.

Quanto vale per una cosca l’acquisizione del controllo di un territorio e del conseguente diritto a sfruttare parassitariamente le attività economiche che vi si svolgono e il patrimonio delle persone che vi risiedono? Quali profitti ci si può attendere da uno scambio elettorale politico – mafioso? Come si fa a stimare il valore di ognuno dei passaggi di una filiera criminale (ad esempio, vendita di sostanze stupefacenti > riciclaggio della liquidità riveniente dalla vendita > investimento della liquidità riciclata in ulteriori attività lecite o illecite)?

Si potrebbe obiettare che almeno alcuni degli esempi fatti non sono profitti in senso tecnico ma solo pre-condizioni che rendono possibile la successiva produzione di profitti. Sarebbe tuttavia un’obiezione solo parzialmente valida poiché quelle voci non sono altro che componenti dell’avviamento dell’”ente” cui si riferiscono, espressive della sua capacità di generare profitti nel tempo.

Comunque sia e a dispetto di tutte queste difficoltà, i dati esistono e sono a disposizione di chiunque.

Hanno derivazioni diverse, data la molteplicità delle istituzioni pubbliche e degli organismi privati che hanno il dovere o l’interesse di raccoglierli.

Riguardano ambiti diversi in dipendenza dello scopo per cui sono raccolti.

Sono acquisiti con metodologie disomogenee e spesso non consentono analisi spettrali.

L’insieme di queste caratteristiche rende sostanzialmente impossibile una loro corretta aggregazione ma ci si può comunque avvicinare all’ordine di grandezza cercato.

È necessario ancora un passaggio definitorio prima di passare ai numeri.

Secondo la nomenclatura ISTAT, l’economia non osservata (NOE, acronimo dell’espressione anglosassone Non-observed economy) si deve intendere come la porzione di attività economica di mercato che sfugge all’osservazione diretta della statistica ufficiale e pone problemi particolari nella misurazione statistica[4].

La NOE comprende l’economia sommersa, che risulta essenzialmente dall’occultamento al fisco del valore aggiunto prodotto da attività economiche, e l’economia illegale generata dalla produzione di beni e servizi la cui vendita, produzione e possesso sono vietati dalla legge o dal compimento di attività legali che diventano illegali in quanto svolte da operatori non autorizzati.

Sono considerati componenti della prima tipologia di economia illegale la produzione e il commercio di stupefacenti, le attività di prostituzione e il contrabbando di tabacchi.

La priorità attribuita a questi settori deriva da una raccomandazione di EUROSTAT del 1996 (a sua volta recettiva di un suggerimento dell’ufficio statistico dell’ONU) che invitò gli Stati membri dell’Unione europea a evidenziarli nella contabilità nazionale in quanto rappresentativi delle più diffuse attività illegali.

Un’ulteriore spiegazione dell’attenzione accordata a tali attività è che vengono presi in considerazione solo i flussi economici generati da un mutuo accordo tra i soggetti che li producono il che, per converso, comporta l’esclusione degli illeciti – si pensi ai furti o alle estorsioni – nei quali manca quel requisito[5].

Non può sfuggire tuttavia che le aree di interesse della criminalità organizzata e le modalità di esercizio dell’economia illegale sono ben più ampie di quelle prese in considerazione dall’ISTAT e dalle altre istituzioni, tra le quali in primo piano il ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), cui spetta la misurazione dell’economia pubblica.

Basti pensare, riguardo al primo aspetto e a tacer d’altro, alla massiccia presenza delle organizzazioni criminali nei mercati dell’usura, del gioco d’azzardo, dello smaltimento di rifiuti tossici, del traffico d’armi, senza poi menzionare, per l’ovvietà della constatazione, le rendite derivanti da business tradizionali quali, ad esempio, l’estorsione, l’acquisizione illecita di appalti o subappalti e altro ancora.

Così come, riguardo al secondo aspetto, dovrebbero essere comprese nella nozione di economia illegale i servizi legali alle attività illegali e perfino le produzioni legali offerte sui mercati legali se le imprese da cui provengono siano sotto il controllo di un esponente del crimine organizzato[6].

Preso atto dell’insufficienza dei dati, a sua volta derivante dalla mancata rilevazione di voci assai rilevanti dell’economia illegale, si procederà comunque alla descrizione di quelli disponibili, nella convinzione che anche un ordine di grandezza incompleto e sottostimato può essere utile per la verifica oggetto di questo scritto.

Si inizierà dai più recenti dati elaborati dall’ISTAT e dal dipartimento Finanze del MEF[7] che hanno il pregio di essere raggruppati secondo la bipartizione economia sommersa – economia illegale seguita dall’istituto di statistica.

L’ultimo report ISTAT, risalente ad ottobre 2019, prende in esame il quadriennio 2014/2017 e, riguardo all’ultimo anno analizzato, valuta l’economia sommersa in 191.955 milioni di euro che incidono sul PIL in ragione dell’11,5% e l’economia illegale in 18.896 milioni di euro (1,1% del PIL). L’economia non osservata nel 2017 ha quindi un peso complessivo di quasi 211.000 milioni di euro e vale il 12,1% del PIL italiano.

Le analisi ISTAT sono pressoché sovrapponibili a quelle del MEF.

Alle misurazioni provenienti da attori istituzionali si aggiungono quelle contenute in varie ricerche svolte in ambito accademico o curate da organismi rappresentativi di categorie professionali o emanazione esterna di articolazioni istituzionali o da singoli studiosi.

Si possono citare in questo secondo ambito anzitutto gli Stati generali della lotta alle mafie (organismo di esperti divisi in 16 tavoli specializzati, costituito dal ministro della Giustizia con decreto del 20 settembre 2016). Nella relazione illustrativa dell’esito dei lavori risalente alla fine del 2017[8], si citano (pagg. 39 e ss.) alcune stime (Herwartz et al. 2015, Boccuzzi, Iuzzolino, Sarnataro, 2013) secondo le quali l’economia sommersa rappresenterebbe oltre il 20% del PIL ed altre (Transcrime[9]) per le quali il giro d’affari delle attività illegali equivarrebbe a circa 25,7 miliardi di euro.

È ugualmente di rilievo la ricerca di sintesi pubblicata nel 2014 da UNIONCAMERE sulla misurazione delle varie forme di economia illegale[10]. Nel corpo della relazione sono citate varie ricerche e precisamente: il rapporto del 2012 di SOS IMPRESE, intitolato Le mani della criminalità sulle imprese, secondo il quale “le attività illegali producono un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro con un utile che supera i 100 miliardi di euro al netto degli investimenti e degli accantonamenti e 65 miliardi di euro di liquidità”; il secondo rapporto AGROMAFIE sui crimini agroalimentari elaborato da COLDIRETTI-EURISPES che stima un volume d’affari complessivo di circa 14 miliardi di euro nell’anno 2013; il rapporto UNICRI (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute) del 2012 sul fenomeno della contraffazione pubblicato dal Ministero dello Sviluppo Economico, che attribuisce al crimine organizzato la gestione di questo settore illecito il quale, secondo stime CENSIS del 2012, vale poco meno di 7 miliardi di euro per anno; il rapporto di LEGAMBIENTE del 2012 che stima in circa 16,7 miliardi di euro il giro d’affari dei reati contro l’ambiente, 1, 7 miliardi quello dell’abusivismo edilizio, 6,7 miliardi quello degli appalti delle opere pubbliche, 700 milioni quello dell’inquinamento ambientale, 4,1 miliardi quello della gestione dei rifiuti speciali e urbani, 2,5 miliardi quello dei danni alla fauna selvatica.

Il lavoro di UNIONCAMERE risulta particolarmente prezioso poiché, sempre mediante la citazione di ricerche condotti da vari organismi specializzati, contiene un dettagliato elenco delle attività legali e illegali che costituiscono l’asse portante delle strategie economiche della “mafia imprenditrice”.

Sono state condotte nel tempo numerose altre ricerche di dettaglio che, per quanto significative, qui non mette conto menzionare poiché non aggiungerebbero molto alle stime appena elencate.

Pur con tutte le avvertenze ricordate all’inizio e con la duplice difficoltà di disporre di dati parziali e di assemblare dati disomogenei, una considerazione può essere fatta senza timore di smentite: i ricavi e i profitti del crimine organizzato e particolarmente del suo sottoinsieme mafioso sono talmente ingenti da essere misurati in miliardi di euro e giustificare finanche il calcolo della loro incidenza percentuale sul PIL nazionale.

Questo straordinario flusso finanziario è generato non solo dall’economia illegale propriamente detta ma anche da una quota non trascurabile dell’economia sommersa, essendo fisiologico che tra le attività di qualsiasi organismo criminale abbiano priorità quelle volte a nascondere all’amministrazione fiscale e a tutte le istituzioni pubbliche con competenze repressive i proventi delittuosi.


[1] SU, sentenza n. 6889/2016.

[2] G. REY (a cura di), La mafia come impresa. Analisi del sistema economico criminale e delle politiche di contrasto, FrancoAngeli editore, Milano, 2017

[3] C. VISCONTI, Strategie di contrasto dell’inquinamento criminale dell’economia: il nodo dei rapporti tra mafie e imprese, Rivista italiana di diritto e procedura penale, anno LVII, fascicolo 2-2014, Giuffrè editore, Milano

[4] https://www.istat.it/it/files/2019/10/Economia-non-osservata-nei-conti-nazionali-2017.pdf

[5] Questa contrapposizione riecheggia la distinzione, proposta dal criminologo statunitense Alan BLOCK in East Side-West Side: organizing crime in New York, 1930-1950, Routledge, 1983, tra enterprise syndicate e power syndicate. La prima espressione indica le organizzazioni criminali che svolgono attività d’impresa, la seconda quelle che operano attraverso il controllo del territorio.

[6] Si rinvia, per l’approfondimento dei temi qui soltanto accennati ed anche come fonte per la definizione delle componenti dell’economia illegale, a: G. REY, Interazioni tra economia criminale e economia legale, 2018, reperibile a questo link: http://ojs.uniurb.it/index.php/argomenti/article/view/1794. Si veda inoltre sugli stessi temi la relazione conclusiva della Commissione bicamerale antimafia della XVII legislatura, particolarmente pagg. 223 e ss., reperibile a questo link: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1066861.pdf  

[7] Si vedano il report cui rimanda la nota 12 e la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva per l’anno 2019 curata dal Dipartimento Finanze del MEF reperibile a questo link: https://www.mef.gov.it/documenti-pubblicazioni/rapporti-relazioni/index.html#cont_8

[8] Il documento è scaricabile a questo link: https://giustizia.it/resources/cms/documents/Raccolta_lavori_tavoli_tematici-def.pdf

[9] Transcrime è un centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale diretto dal Prof. Ernesto Ugo SAVONA cui partecipano l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’Università di Bologna e l’Università di Perugia. Il suo sito web si trova a questo link: http://www.transcrime.it/

[10] La relazione è rinvenibile a questo link: http://www.unioncamere.gov.it/download/2970.html