La sofferenza è già una pena (di Riccardo Radi)

Il tema delle pene naturali e dell’inutilità della sanzione penale nei casi di sofferenza morale dove l’autore della condotta colposa è anch’egli vittima a vita di una pena indelebile.

Il Tribunale di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale (la relativa ordinanza, debitamente anonimizzata e meritoriamente divulgata in prima battuta dalla rivista web Giurisprudenza Penale, è allegata alla fine del post) in merito all’articolo 529 c.p.p., nella parte in cui, per i procedimenti relativi ai reati colposi non prevede la possibilità di emettere sentenza di non doversi procedere, allorché l’agente, in relazione alla morte di un prossimo congiunto cagionata con la propria condotta, abbia già patito una sofferenza proporzionata alla gravità del reato commesso.

In tema di “pene naturali”, ossia quelle situazioni di sofferenza che sono conseguenza di proprie condotte colpose commesse a danno di prossimi congiunti (pensiamo al caso del padre che dimentica il minore in auto, della madre condannata per omicidio colposo per la morte del figlio piccolo investito nel corso di un attraversamento stradale, in relazione al quale la stessa aveva omesso di tenerlo per mano).
La cronaca non è avara, purtroppo, di casi in cui l’autore del reato è sostanzialmente anch’egli vittima – direttamente o indirettamente – del reato stesso, avendo già patito una sofferenza morale tale da rendere sproporzionata e inutilmente afflittiva la risposta sanzionatoria penale.