Oggi, 8 marzo, è la giornata internazionale delle donne.
La si celebra oggi perché l’8 marzo del 1917 un gruppo di donne di San Pietroburgo, allora capitale russa, organizzarono con successo una grande manifestazione contro la guerra.
Fu proprio quella scintilla ad innescare la reazione popolare che portò alla fine del regime zarista e al consolidamento della rivoluzione.
Poco meno di trent’anni dopo, era il 1946, su proposta di Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei (tutte ex partigiane e politiche di valore), la mimosa, scelta perché semplice, bella e diffusa ovunque, divenne il simbolo della giornata delle donne.
Noi di Terzultima Fermata siamo solo due e sfortunatamente entrambi maschi, cioè per definizione esseri basici, quasi elementari, dalle sinapsi rarefatte e incapaci di abbracciare la complessità.
Una cosa però la capiamo: di quanti grazie detti e non detti siamo debitori alle nostre madri, alle nostre compagne, a tutte le donne che hanno illuminato le nostre vite con amore, accoglienza, intelligenza, pensiero, idee, acume e intuito, anche soltanto presenza.
A tutte loro, a tutte le donne, dedichiamo La ballata delle donne di Edoardo Sanguineti.
La scrisse nel 1985 in occasione di una giornata in cui si rievocava la partecipazione femminile alla Resistenza antifascista.
Riporta a un tempo ormai lontano, a dolori e speranze quasi dimenticati, forse anche a una concezione datata del rapporto uomo-donna (d’altro canto è scritta da un maschio, non ci si può aspettare la luna) ma conserva un senso di ammirazione profonda ed è quello che ci piace ricordare.
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso alla gioia
pensare al maschio, pensarci mi annoia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso alla pace
pensare al maschio, pensarci non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra
ed è la terra, in cui fui seminato,
vita vissuta che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, la prendo per mano.
