Dai fiori di Sanremo al carcere di Nisida (di Vincenzo Giglio)

Capitano ogni tanto incroci imprevisti.

Quello di cui voglio parlare è tra il festival di Sanremo e le parole di Francesca Fagnani.

Sanremo è Sanremo, mica devo spiegarlo.

Francesca Fagnani è una brava giornalista e conduttrice televisiva.

Ieri sera il festival è stato visto da oltre dieci milioni di spettatori che in termini di share, secondo i dati Auditel, valgono il 62,3%.

Il picco è stato raggiunto mentre la Fagnani ha letto un breve monologo (a questo link del Corriere TV per ascoltarlo).

Non è stato un intermezzo comico, tutt’altro.

Attraverso la voce della giornalista sono arrivate le parole da dentro le mura del carcere minorile di Nisida e di altri istituti dello stesso genere.

Ci è stato ricordato che non si tratta di ombre ma di ragazzi in carne e ossa che hanno speranze, desideri, voglia di riscatto. Che è disumano e non conviene a nessuno considerarli vuoti a perdere.

E ci è stato detto che sarebbe meglio non picchiare i detenuti, minorenni o adulti che siano.

Non per evitare di farne dei martiri, come è stato detto da qualcuno, ma perché lo Stato non picchia e non tortura e non infierisce su nessuno.

Perché lo Stato non può e non deve farlo.

Perché non siamo il Cile di Pinochet o l’Argentina di Videla.

Parole semplici e chiare.

Con un pregio ulteriore: non sono state dette da intellettuali (in questo periodo non piacciono praticamente a nessuno) ma vengono dal cuore di ragazzi; non sono state pronunciate in un convegno pieno di autorità e dalla platea semivuota ma sono sgorgate tra una canzone e un’altra, idealmente di fronte a dieci milioni di persone.

Chissà, magari, forse, eventualmente, potrebbe servire a qualcosa.