Cantami di questo tempo l’astio e il malcontento (di Vincenzo Giglio)

Cantami di questo tempo l’astio e il malcontento di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore di questo motore
che ci porta avanti quasi tutti quanti, maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti nel cielo blu
“.

È l’inizio folgorante di “Ottocento” di Fabrizio de André (qui per ascoltarla su Youtube: https://youtu.be/4qaerADh_lI).

Il cantautore racconta la storia di un disagio incredulo: quello del capo di una famiglia dei piani alti della società che non riesce a capacitarsi dei sentimenti malevoli di “chi è sottovento” e non comprende che il “tappeto di contanti” è il “motore che ci porta avanti quasi tutti quanti“.

Nell’ambientazione pseudo-ottocentesca di de André la malevolenza è di pochi sciocchi mentre tutti gli altri, “maschi, femmine e cantanti” camminano soddisfatti sul tappeto loro assegnato dalla sorte.

Oggi, nella società contemporanea in cui viviamo le nostre vite, l’astio e il malcontento sembrano invece avere assunto una nuova e più ampia dimensione, propria non più di minoranze ma di nutrite maggioranze e non solo di chi sta sottovento ma anche di chi sta sopravvento.

Terzultima Fermata racconta quello che gira attorno al penale ed è un ambito perfetto per cogliere le mutazioni sociali.

Con una premessa assiomatica: al diritto penale, ieri come oggi, è connaturale un’elevata dose di violenza.

Il legislatore antico e contemporaneo la assume come fatto scontato e non teme di legittimarla.

La sua intensità varia nei secoli e negli ordinamenti ma la violenza è considerata parte integrante di qualunque apparato normativo penale.

Se ne fa uso nelle proposizioni linguistiche che animano le fattispecie: parole come punizione e pena hanno una palese valenza intimidatoria, anzi sono state create apposta per questo, così che chi le ascolti sappia che preannunciano una violenza e la pongono come conseguenza ineludibile di un comportamento sbagliato.

La violenza è anche nei fatti tipici generati dal diritto penale.

Punizione e pena non esauriscono la loro potenzialità nell’efficacia minacciosa.

Esigono di realizzarsi concretamente sul corpo e sull’anima dei destinatari della minaccia.

Prendono vita per il solo fatto di essere state pensate e create.

Sono applicate perchè ci sono, prima ancora che perché qualcuno si è posto nella condizione di subirle.

È come se la minaccia, e la pena che ne segna il passaggio dalla potenza all’atto, esigessero le loro vittime prima e a prescindere dall’esistenza di un reo.

Questa considerazione non è di certo in linea con l’ordinario sillogismo per cui la pena segue al comportamento riprovevole.

E tuttavia, non sfugge a nessuno che varie fattispecie incriminatrici sembrano create non per tutelare concreti beni giuridici da gravi aggressioni ma per la “necessità politica” di creare e consolidare, a fronte di disagi sociali ora veri ora indotti, un’identità pubblica rassicurante e protettiva.

Si pensi, ad esempio, all’aumento progressivo dei reati di pericolo presunto, di sospetto o quasi sospetto, ma anche all’altrettanto progressivo impoverimento della parte descrittiva delle fattispecie.

Tutte le volte che questo avviene, la pena perde ogni funzione retributiva e si trasforma in uno strumento di pura violenza, al servizio di uno scopo altrettanto violento.

Come sa chi legge TF, quasi non passa giorno senza che nell’agenda politico – legislativa si inseriscano nuovi esempi di diritto penale causato dall’astio collettivo, fondato sul sospetto e finalizzato alla paura.

E chiunque frequenti il mondo social vede incessantemente all’opera tanti ispiratori e trascinatori di folle che vivono la loro “second life” digitale all’insegna dell’odio verso questo o quello o, meglio ancora, questi e quelli, ché più sono meglio è.

Dovrebbero preoccuparci quest’aggressività crescente e la sempre più pronta disponibilità dei decisori pubblici a recepirla e trasformarla in proposte e decisioni.

Dovremmo parlarne, guardare questi fenomeni per quello che sono e provare a contrastarli.

Questo vale per tutti noi, che siamo maschi, femmine o cantanti, anche quando abbiamo voglia di mollare tutto e andarcene in barca.