
Qualche giorno fa il quotidiano Il Dubbio ha intervistato Vittorio Manes (a questo link per la lettura integrale dell’articolo).
Molti i temi trattati ma qui ne scelgo uno solo e lo presento con le parole dell’intervistato: “Mi pare non ci sia molta chiarezza negli obiettivi e nella rotta del Pd in materia di giustizia, e che si navighi a vista. Del resto chi non ha una propria politica criminale rischia sempre di farsela imporre dagli altri. È troppo tempo che il Partito democratico non esprime posizioni davvero autonome e sembra andare al traino di altri, senza peraltro comprendere che il cittadino sceglie l’originale e non l’imitazione. Dimentica altresì che la battaglia per le garanzie, i diritti e i principi costituzionali dovrebbe essere storicamente identitaria per un partito progressista, e che lasciarla ad altre parti politiche, visto che la sensibilità del Paese in tema di giustizia e garanzie fortunatamente è molto mutata, sarà il modo migliore per restare minoritari“.
Ritengo essenziale l’assunto evidenziato in neretto.
Almeno per Manes, le garanzie, i diritti e i principi dovrebbero essere parte integrante dell’identità di un partito progressista.
Solo un dover essere, beninteso, poiché, sempre secondo Manes, di un essere e basta non si trovano tracce recenti.
Penso che l’intervistato abbia ragione su tutti i fronti.
Non riesco a trovare, anche scavando a fondo nella memoria e risalendo assai indietro nel tempo, una stagione in cui il PD o le formazioni politiche di cui è erede abbiano espresso in modo convinto e corale (altro sono, naturalmente, le iniziative di singoli) un’attenzione reale e non di facciata ai temi del garantismo in ambito giudiziario.
Mi sembra che, al contrario, abbiano sempre prevalso, anche nei periodi in cui più forti ed evidenti sono state le torsioni dell’ordinaria fisiologia dei giudizi penali e più accanito il panpenalismo normativo, logiche di opportunismo di corto respiro che intravedevano nell’adesione piatta alla via giudiziaria uno strumento per l’aggregazione di consenso.
Penso anche che il fronte progressista abbia in più di un caso provato, peraltro senza grande successo, ad appropriarsi delle parole d’ordine securitarie del fronte contrapposto, avventurandosi lungo le strade della tolleranza zero e senza troppo preoccuparsi di verificare se il bisogno di sicurezza nascesse da rischi reali per la collettività.
Mi pare che, in conseguenza di questo stato di cose, la battaglia per l’umanesimo come misura della giustizia penale e dell’esecuzione della pena sia stata appannaggio della sola cerchia radicale che ha avuto la sua icona in Marco Pannella e nei suoi compagni di strada.
Accade così che nel presente politico le proposte più significative per il riequilibrio di un sistema profondamente alterato nella stagione grillina vengano da esponenti del centrodestra e delle formazioni disposte ad unirsi al centrodestra ed al programma del Guardasigilli che ne è espressione.
Così per il pieno ripristino della prescrizione sostanziale, così per una regolamentazione più stringente delle intercettazioni e del loro valore dimostrativo, così per gli automatismi ostativi all’accesso ai benefici penitenziari, così per l’avvio di una verifica della coerenza della nostra elefantiaca area del penalmente rilevante ed altro ancora.
Ha ragione Manes, fa specie che i progressisti rimangano inerti in queste battaglie di civiltà e questa loro indifferenza è tra le cause di un’identità sempre più incolore.

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