
In esclusiva per Terzultima Fermata dall’aula sella sezione 4 della Corte di appello di Roma dove è in corso il processo di revisione di Beniamino Zuncheddu che da 32 anni sconta una condanna all’ergastolo per un triplice omicidio e un tentato omicidio.
Ma oggi davanti alla Corte di appello di Roma, presieduta dal dott. Monteleone, nel corso del procedimento di revisione c’è stato l’atteso colpo di scena.
Il perito Ignazio Garau è stato ascoltato ed ha depositato il suo elaborato trascrittivo sulle intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano quanto sostenuto dall’ex procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni, oggi in servizio a Milano, e dall’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu.
La prova che ha portato all’ergastolo Zuncheddu non è solida anzi emerge che l’unico teste oculare della vicenda non ha detto la verità.
Beniamino Zuncheddu, ad oggi, è l’autore della strage di Sinnai avvenuta nel cagliaritano l’8 gennaio 1991.
Quel giorno, in prossimità di un ovile in territorio di Sinnai, vengono uccisi Gesuino Fadda, proprietario dell’ovile, suo figlio Giuseppe e il pastore Ignazio Pusceddu e viene ferito Luigi Pinna, il teste sopravvissuto al massacro.
Luigi Pinna, marito di una delle figlie di Fadda, unico a restare vivo.
Inizialmente il testimone racconta che l’assassino aveva il volto coperto da una calza da donna e quindi non poteva riconoscere l’autore.
Le sue dichiarazioni vengono raccolte dal carabiniere Angelo Calabrese nell’ambulanza che conduce il Pinna in ospedale.
Passano i giorni e il testimone cambia versione: racconta di poter riconoscere l’aggressore che in realtà non avrebbe avuto il volto travisato.
In un riconoscimento fotografico indica Beniamino Zuncheddu quale autore della strage.
La condanna all’ergastolo arriva scontata per Beniamino Zuncheddu che da 31 anni è in carcere per un delitto che giura e spergiura di non aver commesso.
Recentemente è stato intervistato da Errorigiudiziari.com ed ha ribadito la sua totale estraneità ai fatti, “Mi hanno condannato all’ergastolo ma sono innocente” (a questo link).
In effetti, sono molti i motivi per dubitare della colpevolezza di Beniamino Zuncheddu che per tante circostanze risulta non essere l’uomo che, con precisione “paramilitare” si è reso responsabile di un’azione “preparata nei minimi dettagli” e “non alla portata di tutti”, virgolettati, questi, corrispondenti ad altrettante considerazioni dei giudici nelle sentenze che hanno accompagnato Zuncheddu all’ergastolo.
Chi aveva agito sapeva quanti fossero e dove si trovassero i bersagli, conosceva i luoghi e aveva scelto una posizione agevole per poi colpire con sette fucilate le vittime.
Non è secondario peraltro evidenziare che la revisione del processo è stata richiesta dalla Procura generale di Cagliari che nella ponderosa richiesta di 125 pagine sottolinea le numerose circostanze incongruenti nella vicenda processuale di Zuncheddu.
Prima circostanza: Beniamino Zuncheddu ha “una spalla fuori uso dalla nascita” e dunque non avrebbe potuto imbracciare e utilizzare l’arma con la rapidità e sicurezza necessarie, tenuto conto che il killer aveva dovuto agire in pochi minuti.
Seconda circostanza: le condizioni di luce al momento del fatto e la posizione del teste oculare lasciano interdetti sulla reale possibilità che possa aver visto le fattezze dell’assassino. La scena del crimine è stata ricostruita attentamente dai consulenti della difesa che hanno dimostrato le precarie condizioni di visuale dell’unico testimone. In particolare un colonnello dei carabinieri dell’ufficio tecniche investigative di Velletri ha ricostruito con uno scanner 3D la scena del crimine ed ha dimostrato che il teste nella posizione descritta all’interno dell’ovile non avrebbe mai potuto riconoscere le fattezze di un uomo con le condizioni di luce presenti, anche se l’assassino fosse stato a volto scoperto.
Terza circostanza: nelle 125 pagine della richiesta di revisione, l’ex procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni e l’avvocato Mauro Trogu sono entrambi convinti che l’unico teste abbia dichiarato il falso.
La Procura punta il dito contro il sopravvissuto (cui attribuisce una “falsa testimonianza”) e chiama in causa anche un ex sovrintendente di Polizia, tale Mario Uda, che avrebbe “sviato le indagini convincendo” Pinna “a dichiarare il falso”. Questi “forse si era convinto che Zuncheddu fosse colpevole” sulla base di fonti confidenziali e avrebbe “inquinato” le indagini facendo pressioni di vario tipo al teste oculare.
L’inquinamento delle indagini si sarebbe concretizzato quando è stata mostrata al testimone la fotografia del pastore di Burcei “in anticipo” rispetto al riconoscimento ufficiale avvenuto circa dopo 40 giorni i fatti davanti al PM. Se così fosse, “l’unica fonte di prova” a carico di Zuncheddu sarebbe “inattendibile” pur rappresentando la “prova regina per la condanna”.
Tali dubbi sono suffragati dall’iniziale versione di Pinna il quale, nell’ambulanza che lo porta in ospedale, dichiara ai carabinieri di non poter riconoscere l’assassino perché “aveva un collant da donna sul volto”; un mese e mezzo dopo aveva cambia versione e sostiene che in realtà l’assassino era a volto scoperto ed identificabile. Era il 22 febbraio 1991. In quei quaranta giorni il teste ha avuto numerosi colloqui con agenti della Criminalpol. Un palese condizionamento del testimone.
Quarta circostanza: le trascrizioni delle intercettazioni ambientali sull’auto del testimone oculare quando nel febbraio 2020, già avviata la nuova inchiesta a Cagliari, Pinna era stato convocato in Procura generale per ricordare quanto accaduto.
Terminato il colloquio era salito in auto e, intercettato, aveva detto alla moglie, che voleva sapere cosa gli avessero chiesto, di aver “cercato di fare lo scemo” ma che “non fa a fare lo scemo, sono troppo intelligenti...”, “mi volevano far dire che Marieddu (Uda) mi ha fatto vedere la fotografia prima…loro hanno capito che è veramente così, ed è la verità…”, “quello che è successo veramente già l’hanno capito…perché Marieddu mi ha fatto vedere la fotografia prima di Beniamino”. Frasi ritenute eloquenti e alla base del nuovo processo.
Secondo la difesa che ha incaricato un consulente le intercettazioni rivelano dell’altro. L’avvocato Trogu tramite i suoi consulenti ha riscontrato che le intercettazioni contengono ulteriori conferme della mala fede del teste oculare.
Da qui la necessità di procedere ad una trascrizione prima in sardo e successivamente in italiano per non disperdere nulla della conversazione.
Sul punto ricordiamo le mille insidie che si celano nelle trascrizioni delle intercettazioni (volendo, per un approfondimento, a questo link).
Ora la parola è passata agli esperti che sono tutti d’accordo sull’elaborato finale di Garau: il colonnello dei carabinieri Ciampini (consulente della Procura generale di Roma) e Walter Marcialis sono giunti infatti alle sue stesse conclusioni.
In attesa della prossima udienza la Corte d’appello di Roma deciderà a breve sull’istanza di sospensione dell’esecuzione presentata oggi in aula dall’avvocato Mauro Trogu.
Uno spiraglio di libertà per Beniamino Zuncheddu che è entrato in carcere a 27 anni ed oggi ne ha 59.
Terzultima Fermata continuerà a seguire questa vicenda che, ove arrivasse all’esito che al momento appare prevedibile, andrebbe ad aggiungersi con fragore ai tanti, troppi, errori giudiziari della nostra giustizia.

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