
Quale che sia la prospettiva privilegiata dall’osservatore, il carcere ha così tanta forza simbolica da occupare permanentemente un suo spazio nell’agenda politica e legislativa, nell’informazione e nel dibattito sociale.
Sempre a causa di quella forza simbolica, la discussione tende a polarizzarsi tra coloro che vedono nella reclusione il mezzo più efficace per la difesa sociale e coloro che ne contestano radicalmente l’utilità, restando così piuttosto marginalizzate le posizioni intermedie e con esse gli studi e le ricerche empiriche di cui sono frutto.
Nel frattempo tuttavia la realtà incalza e il carcere ed i suoi effetti continuano a manifestarsi in modo prorompente: è così per il differimento della riforma Cartabia e delle sue tante disposizioni che direttamente o indirettamente attenuano l’incidenza delle pene detentive; è così per la nuova regolamentazione delle condizioni per l’accesso alla liberazione condizionale dei condannati all’ergastolo ostativo; è così per il drammatico crescendo dei detenuti suicidi.
Ognuna di queste situazioni è attuale, cioè si sta manifestando adesso, ma tutte hanno antecedenti lontani nel tempo.
Si dice ed è vero che il presente non si comprende se si dimentica il passato.
Tra coloro che hanno ben presente il valore della memoria c’è l’architetto Stefano Cagliari.
È il figlio di Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI dal 1989 all’8 marzo 1993, allorché venne arrestato in esecuzione di un’ordinanza di custodia in carcere emessa dal GIP di Milano nell’ambito del filone d’inchiesta denominato Tangentopoli o Mani Pulite.
L’ingegnere Cagliari non arrivò mai al giudizio perché il 20 luglio 1993, dopo quattro mesi e mezzo di reclusione, si tolse la vita nella sua cella del carcere milanese di San Vittore, soffocandosi con un sacchetto di plastica, dopo avere lasciato ai suoi cari una lunga lettera in cui spiegava con agghiacciante lucidità le ragioni del suo gesto.
Suo figlio Stefano si è addossato il compito di mantenere viva la memoria del padre, come uomo, come importante manager pubblico e infine come individuo accusato in un procedimento penale e detenuto.
Lo ha fatto scrivendo Storia di mio padre, pubblicato nel 2018 dall’editore Longanesi nella collana Nuovo Cammeo con la prefazione di Gherardo Colombo e il commento di Carlo Nordio sulle colonne del quotidiano Il Messaggero con queste parole: “Leggendo le ultime lettere di Gabriele Cagliari, il sentimento dominante, oltre a una sincera compassione, è il rammarico per una grande occasione perduta“.
Soprattutto, lo ha fatto creando il sito intitolato a Gabriele Cagliari (a questo link), facendone nel tempo un archivio sempre più riccamente documentato, a disposizione di chiunque abbia interesse a conoscere la storia di quell’uomo e, attraverso di essa, la storia di quei primi anni Novanta, dopo i quali la giustizia penale, il carcere e la pena hanno subito cambiamenti irreversibili i cui effetti sono ben visibili anche oggi.
Il 13 aprile di quest’anno l’architetto Cagliari ha accettato di farsi intervistare da Riccardo Radi, nella sua veste di responsabile di Filodiritto Live (qui il link al video), ed è stata una testimonianza vibrante che riporta a temi di prepotente attualità.
Poco prima, il portale giuridico Filodiritto ha pubblicato integralmente la lettera-testamento di Gabriele Cagliari, scritta prima di togliersi la vita (a questo link).
Il titolo dell’articolo, “Come cani ricacciati ogni volta nel canile: il carcere ai tempi di Mani Pulite“, riprende testualmente un’espressione usata da Cagliari nella sua lettera ed evoca come meglio non si potrebbe il sentimento di chi si trova escluso e distanziato dal consesso umano e posto nella condizione di non poterne più far parte.
Qualunque opinione si abbia, è un documento che può solo arricchire la conoscenza dell’impatto del carcere.
Consigliamo quindi ai lettori di entrare nel sito web dedicato a Gabriele Cagliari e visitarlo quanto basta per farsi un’idea di un’esperienza limite nella vita di un uomo.

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