
Un giudice ha la responsabilità delle vite degli altri e nell’esercizio della sua funzione dovrebbe sempre mantenere una serenità di animo che gli permetta equilibrio nel potere immenso di giudicare e condannare gli altri.
Come direbbe il compianto Massimo Catalano di “Quelli della Notte”: “per il cittadino è meglio avere a che fare con un giudice sereno che con uno malmostoso”.
Alle ovvietà di Catalano contrapponiamo una canzone di de Andrè che descrive un giudice assai particolare e infelice per questa sua particolarità.
La canzone “Un giudice” è contenuta nel disco “Non al denaro non all’amore né al cielo” uscito nel 1971.
La canzone di De Andrè in versione musicale: https://youtu.be/7zHHoKM1JeQ
Il testo: Un Giudice
“Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d’una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.
Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo
troppo vicino al buco del culo.
Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.
E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva “Vostro Onore”,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio”.
La canzone è la traduzione più o meno libera di una poesia di Edgar Lee Master dalla raccolta Antologia di Spoon River.
“Un giudice” è tratta dalla storia di Selah Lively, un uomo da sempre deriso a causa della bassa statura (nella poesia originale, 5 piedi e 2 pollici, cioè 157,48 cm, un metro e mezzo nella canzone) il quale, studiando giurisprudenza nelle notti insonni vegliate al lume del rancore, diventa giudice e si vendica della sua infelicità attraverso il potere di giudicare e condannare (giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male), incutendo timore a coloro che prima lo irridevano.
La storia si conclude con il giudice che, nell’ora dell’addio, finisce con l’inginocchiarsi, non conoscendo affatto la statura di Dio.
In questa canzone De André mostra come l’opinione che gli altri hanno su di noi ci crei disagio e sconforto.
Il giudice, definito iperbolicamente con l’epiteto di nano da De André, diventa una carogna per il semplice fatto che gli altri sono sempre stati carogne con lui.

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