Il rischio di giocare con le parole (di Vincenzo Giglio)

La norma anti-rave ha fatto il botto, bisogna ammetterlo.

Se voleva attirare l’attenzione, c’è riuscita eccome.

Raramente si è vista una concordia così plenaria.

Tra le tante e tutte comprensibili critiche spiccano quelle linguistiche che, se ci pensiamo, sono le più pesanti.

Norma scritta coi piedi, si è detto, e non è cosa da poco perché è come dire che il legislatore e la folta schiera di tecnici che lo aiutano nel suo compito si sono fermati allo stadio di un bambinello svogliato delle elementari che fatica a districarsi tra la è verbo e la e congiunzione.

C’è però un’obiezione insuperabile ed è quella che Humpty Dumpty fece ad Alice quando si incontrarono nel Paese delle Meraviglie:

«Quando io uso una parola», disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, «questa significa esattamente quello che io scelgo che significhi – né più né meno».

«Bisogna vedere», disse Alice, «se puoi dare tanti significati diversi alle parole».

«Bisogna vedere», disse Humpty Dumpty, «chi è che comanda – è tutto qua». 

Se Humpty Dumpty ha ragione, il legislatore, in quanto artefice e padrone del significato delle cose, può fare e scrivere ciò che vuole e quello che fa e scrive è sempre giusto per definizione.

È probabile che abbia ragione, anzi quasi sicuro.

Questa quasi certezza, per fortuna, non chiude la discussione.

Il comando del legislatore e le parole che lo esprimono non nascono come un prodigio dalla testa di Minerva ma, come tutto il resto, vengono da qualcosa.

Hanno cioè una dimensione relazionale e in questo periodo – non se ne dispiacciano la dottrina e tutte le meritorie associazioni di accademici – l’unica relazione che conta è quella tra legislatore e giudice.

C’è un continuo travaso di parole e significati dall’uno all’altro, così intenso da far pensare a una vera e propria simbiosi. È però un travaso ineguale tuttavia poiché il giudice sembra essere al momento assai più immaginifico e inventivo del legislatore che pure non scherza.

Pensiamo all’espressione “captatore informatico”. La troviamo usata nell’art. 266, comma 2, c.p.p., quindi dovremmo attribuirla al legislatore ma in realtà è stata imposta dalla giurisprudenza che l’ha prescelta tra le altre possibili e forse anche più adeguate. Di certo, nessun programmatore informatico o esperto di cybersecurity si era mai sognato di usarla e comunque suggerisce un nuovo tipo di aspirapolvere più che un malware come in effetti è.

Lo stesso vale per l’espressione “aspecificità”. Di scarsa fortuna e presenza nel linguaggio comune, è stata valorizzata alla grande dalla Corte di cassazione, tanto che migliaia e migliaia di sue decisioni se ne servono, per lo più in abbinamento al termine “inammissibilità”, e ogni avvocato cassazionista sa quanto sia micidiale questa accoppiata.

Anche in questo caso, il legislatore non ha resistito alla seduzione del termine e, se anche non l’ha mutuato letteralmente, lo sta valorizzando in lungo e largo, estendendone l’applicazione con cadenze svizzere.

E si è lasciato così tanto prendere la mano da aggiungere, tramite il d.lgs. n. 150/2022, il comma 1-bis all’art. 581 c.p.p., in forza del quale “L’appello è inammissibile per mancanza di specificità dei motivi quando, per ogni richiesta, non sono enunciati in forma puntuale ed esplicita i rilievi critici in relazione alle ragioni di fatto o di diritto espresse nel provvedimento impugnato, con riferimento ai capi e punti della decisione ai quali si riferisce l’impugnazione”: una norma, questa, bersagliata da critiche di autorevoli giuristi per avere evocato l’inammissibilità del mezzo di impugnazione (in questo caso l’appello) piuttosto che dei singoli motivi.

Tanta è stata la forza evocativa dell’aspecificità che perfino un magistrato e fine giurista come Marcello Bortolato, riferendosi in tema di giustizia riparativa alla vittima di un reato diverso da quello per cui si procede (art. 53, comma 1, lett, a), d.lgs. n. 150/2022), non trova di meglio che definirla “vittima aspecifica”.

Ora, sia chiaro, non intendo affatto sostenere che l’involuzione del linguaggio legislativo, la quale precede e segue la pari involuzione concettuale in un tragicomico circolo vizioso, sia interamente frutto della farina del sacco giudiziario.

Ricordo però quello che disse Francesco Sabatini nel saggio “Rigidità-esplicitezza vs. elasticità-implicitezza: possibili parametri massimi per una tipologia dei testi“: “Se diamo per acquisito che il senso di ogni messaggio è costruito collaborativamente, sia pure in momenti temporali diversi, dal produttore/emittente e dal ricevente/interprete, risulterà evidente che l’attribuzione di senso alle parole rappresenta il piano sul quale entrambi gli attori si incontrano realmente e operano concretamente. Per dirlo in termini estremamente semplici: è l’intenzione (o prospettiva) comunicativa che obbliga, da una parte, il produttore del messaggio a porsi la domanda (magari inconsapevole, ma immancabile) “da queste parole si capirà quello che voglio dire?”, e induce, dall’altra parte, il fruitore a porsi nel suo operare la domanda speculare (altrettanto onnipresente, anche quando inconsapevole) “che cosa ha voluto dire l’autore con queste parole?”.

E ricordo anche quello che ha detto il premio Nobel Daniel Kahneman in “Pensieri lenti e veloci”. La sua tesi essenziale è che il cervello umano sia organizzato in due sistemi: uno di essi (Sistema 1) è automatico, intuitivo, nella maggior parte dei casi inconscio; l’altro (Sistema 2), è lento, controllato, conscio e logico. Gli esseri umani si servono in larga prevalenza del Sistema 1 che è veloce e abile a saltare alle conclusioni ma, per queste stesse caratteristiche, è causa di bias. Kahneman sintetizza così questa propensione umana: “La nostra convinzione che il mondo ha senso si basa su un solido fondamento: la nostra quasi illimitata abilità di ignorare la nostra ignoranza”.

Finisco così: se si comincia a giocare con le parole illudendosi di controllare il gioco, si è destinati a perdere sempre; e se al gioco partecipa più d’uno, l’effetto sarà la confusione di tutti.