Ergastolo ostativo: l’opinione di Davigo e il ricordo delle stragi (di Vincenzo Giglio)

Nel sempre più infuocato dibattito sull’ergastolo ostativo sono state dimenticate e quindi non valorizzate una voce e un’idea.

La voce è quella di Piercamillo Davigo e l’idea l’ha espressa sul Fatto Quotidiano il 31 marzo 2021 (qui il link a Ristretti.org che ha rilanciato l’articolo).

Il titolo, in linea con la schiettezza del personaggio, non lascia dubbia sulla sua opinione: “Ergastolo ostativo. La linea dura giusta per l’Italia”.

Fin qui nessuna sorpresa: l’ex magistrato e consigliere del PM è sempre stato coerente alla sua linea di speciale rigore verso ogni forma di disobbedienza alla legge, tanto più se di natura eversiva come è quella di matrice mafiosa.

Colpisce invece la singolarità della sua analisi, pubblicata mentre si attendeva la pronuncia della Corte costituzionale sulla questione di cui tornerà ad occuparsi dopodomani.

L’aspettativa di Davigo era che la Corte dichiarasse fondata la questione come già aveva fatto con la sentenza n. 253/2019 in tema di permessi-premio.

Lo considerava un esito praticamente obbligato dopo la sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti umani nel caso Marcello Viola c. Italia del 13 giugno 2019.

E se ne rammaricava.

E rammaricandosi cercava un colpevole.

E lo aveva trovato.

Di chi la colpa allora? Chiaro, di chi aveva difeso l’Italia nel giudizio a Strasburgo.

Queste le argomentazioni di Davigo:

È ragionevole prevedere che la Corte costituzionale ribadirà tale posizione anche nella futura pronuncia. Allora va tutto bene? Temo di no. Se la strada imboccata dalla Corte costituzionale è, a questo punto, probabilmente obbligata, bisogna domandarsi quanto siano efficaci le difese svolte dall’Italia innanzi alla Corte di Strasburgo” […] Se la difesa dell’Italia ricordasse cosa è accaduto in questo Paese, mostrando, ad esempio, a Strasburgo le immagini della strage di Capaci, e documentasse l’accertata presenza di Cosa Nostra da oltre 150 anni, forse la Corte EDU capirebbe la differenza fra la realtà italiana e quella, ad esempio, dei Paesi scandinavi. Certo che, in via di principio, è preferibile che decida il giudice caso per caso, ma quando si considera che cosa è accaduto a magistrati italiani nonostante le protezioni, sarà possibile far comprendere perché, qui e ora, sia preferibile che in questa materia la discrezionalità del giudice sia sostituita dal divieto di legge, per evitare minacce e pressioni irresistibili su coloro che devono decidere o sui loro familiari. Almeno finché ci saremo liberati dalle mafie”.

Sarebbe facile ironizzare su Davigo e la sua scarsa empatia, mai nascosta, verso i difensori e la funzione difensiva ma gli argomenti di cui si parla sono troppo seri per scherzarci su. Al contrario, l’opinione dell’ex PM di Mani Pulite va tenuta in attenta considerazione perché, ben al di là del suo valore tecnico di cui si potrebbe e dovrebbe discutere, esprime un sentimento profondo, un dolore da perdita, un anelito di giustizia che, in quanto condivisibili da tutti, avranno comprensibilmente il loro peso nella decisione, immediata o rinviata, della Consulta.